BILLIE EILISH – HIT ME HARD AND SOFT

Darkroom, Interscope

2024

Musica Per Bambini

Onestamente non credevo che sarei uscito dall’ascolto del nuovo album di Jessie Ware con qualcosa da dire a riguardo, men che meno qualcosa di positivo. Il motivo è presto detto: finora il miglior contributo alla musica arrivato dalla cantante rimaneva probabilmente la sua Running remixata dai Disclosure, anno di grazia 2012. Agli esordi in cui la sua voce si era legata ad alcuni dei nomi più caldi della scena future garage londinese, è poi seguito un percorso che l’ha vista annacquarsi progressivamente verso un’espressione soul pop da avatar di Lana Del Rey e Adele. Nel mainstream si può tranquillamente fare a meno dell’originalità, ma non avere una proposta con personalità forte e riconoscibile è sempre un peccato mortale; così, per evitare l’oblio, su What’s Your Pleasure? del 2020 era arrivata una sterzata verso sonorità più smaccatamente disco e synthpop, a cavallo tra anni ’70 e ’80. La nuova direzione artistica (o riposizionamento del brand che dir si voglia) ha funzionato alla perfezione, con calorosa accoglienza da parte della critica e grande apprezzamento di un vasto pubblico che ha fatto tornare Ware ad una considerazione da popstar. Peccato che alla prova dei fatti il disco risultasse soprattutto floscio, con un impianto musicale sempre a metà del guado tra FOMO radiofonica e nostalgia passatista, un’ignavia senza rischi che si trascinava dietro anche la presenza della cantante verso una prova incapace di momenti memorabili. 

Non c’erano perciò buone premesse per questo That! Feels Good!, che dichiaratamente prosegue nel recupero delle tendenze da dancefloor di qualche decennio fa. Ben presto però l’album mette in mostra due differenze, entrambe sostanziali: il modello viene individuato in maniera più focalizzata nella musica disco di metà e fine anni ’70 e stavolta abbracciato con maggiore convinzione, lasciando che la fastosità e l’edonismo di quello stile permeino la natura dei pezzi; a questo si aggiunge un songwriting di livello superiore, che esalta la voce e la figura della protagonista. Così Jessie Ware si trova perfettamente a proprio agio nel ruolo di disco-diva dei giorni nostri, con una forza espressiva contagiosa. Certo, musicalmente l’operazione rimane sempre in piena comfort zone, strizzando l’occhio a sonorità ampiamente consolidate da decenni; e certamente non si tratta di una mossa azzardata dal punto di vista commerciale, visto che il revival disco è stato cavalcato in contemporanea da molte colleghe di Ware, da Kylie Minogue a Carly Rae Jepsen (ci affidiamo a quello che ne abbiamo letto in giro, ovviamente: è tutta roba che non toccheremmo nemmeno con i guanti). That! Feels Good! riesce però a mantenere una propria credibilità, per almeno due motivi. In primis, mentre i nomi sopracitati si rifanno quasi sempre a una electro-disco pesantemente contaminata dal suono sintetico degli anni ’80, finendo per esitare in un dance-pop corporate buono per TikTok e villaggi vacanze, in questo album Ware e collaboratorə mirano senza esitazione alla disco orchestrale e venata di funk che infiammava le esibizioni live di band come gli Earth, Wind & Fire. Questo permette ai brani di avere una profondità musicale che nelle basi asfittiche di What’s Your Pleasure? mancava quasi completamente: basta sentire Begin Again, con il contributo enfatico dei Kokoroko ai fiati, la libertà di un pianoforte degno di Gloria Gaynor e gli intrecci delle voci femminili per avere la sensazione di una prova d’insieme, ricca e coinvolgente. La tracklist mostra una forte connessione con la tradizione soul e boogie statunitense, rafforzata dalla scelta di ricorrere a una presenza diffusa di cori caldi a supporto della centralità vocale di Ware; allo stesso tempo non è difficile immaginarsi pezzi come Pearls e Beautiful People mixati da Larry Levan in una serata al Paradise Garage, in virtù degli sfarzosi abiti strumentali che avvolgono sezioni ritmiche poderose e imperative nel dare il via alle danze. Oltre a rinverdire i fasti del passato, però, l’album si dedica anche a riusciti tentativi di ammodernare questo suono. Le prove evidenti sono Free Yourself e Freak Me Now: nella prima, un iconico tema di piano diventa la chiave di volta di un inno house spinto a ogni strofa da salve di percussioni elettroniche da big room, un pezzone per cui sono sicuro la Minogue (ospite del disco come seconda voce) sarebbe stata disposta a uccidere; nella seconda, con Róisín Murphy in cabina di regia, la linea di basso sincopato diventa il motore di un crescendo dal tocco inconfondibilmente french house, un digitalismo irresistibile che non molla mai la presa e che da solo è più moderno dei dodici tredicesimi di Random Access Memories (a proposito di gente che si è schiantata sulla disco). 

La struttura portante di queste buone intenzioni, dicevo, è una scrittura dei pezzi che non si limita al minimo sindacale. That! Feels Good! è permeato da una sensualità lasciva e festosa, che sarebbe risultata stucchevole in mancanza di un po’ di inventiva. Già la moltitudine orgiastica delle voci nella title-track in apertura mette in chiaro la volontà di giocarsela, e nel corso dell’album ci sono tanti momenti dove il classico passaggio di testimone tra strofa e ritornello viene arricchito da intuizioni melodiche ed estemporanei passaggi più voluttuosi o più intimisti, che calzano alla perfezione sull’interpretazione di Ware e creano piacevoli scarti rispetto all’atteso. Il successo più evidente in questo senso è Shake the Bottle, con un testo ammiccante potenziato dalla resa quasi sussurrata e un crescendo dalla personalità sempre più definita che culmina nella serietà divertita del bridge, dove la cantante enuncia il principio guida: “What is life if not for fun? / Do you want a little fun?”. Il divertimento qui non fa difetto; anche l’immancabile ballad sentimentale (Hello Love) è resa con gusto e piacevolezza. L’unico momento dove si spengono le luci è verso la fine del disco con Lightning, un numero R&B adolescenziale che nei primi 2000 sarebbe stato dimenticato dopo qualche passaggio in seconda fascia su MTV; persino il fade-out (il primo del disco, al nono pezzo) sembra volerlo occultare in fretta. Per fortuna la segue una These Lips che chiude l’album raccogliendone i punti di forza: l’espressività varia e intensa della voce a declinare una consapevolezza di fascino femminile tra spoken word e cantato, il piedistallo di un ritmo trascinante e l’accompagnamento fastoso di archi e cori, con Donna Summer come nume tutelare.

Alla fine posso dire che That! Feels Good! ha vinto lo scetticismo e non mi è mai sembrato una mera baracconata nostalgica. Sarà pure studiato a puntino, ma non suona artificioso: è un disco che ha fascino ed esuberanza, sa quello che vuole fare e lo fa bene, mettendoci abbastanza buone idee da invitare al riascolto. A Jessie Ware non si poteva chiedere di più, godiamocelo.

Condividi questo articolo:
Roberto Perissinotto
Roberto Perissinotto