Come ho già scritto in un recente Risentiamoci, ultimamente sono parecchio in fissa coi Beatles. Proprio sotto quel contenuto, sul nostro canale Telegram, è nata una breve discussione che mi ha fatto molto riflettere. I Fab Four sono chiaramente amati dalla maggioranza degli ascoltatori di musica, spesso anche sopravvalutati nella misura in cui vengono considerati come geni creatori di tutto ciò che viene dopo; eppure, in certe bolle di appassionati, si parla dei Beatles come di arte limitata, per ragazzini che non hanno ancora scoperto i veri capolavori della musica rock. Credo sia poco controverso dire che entrambe queste linee di pensiero – sia chi li considera i migliori musicisti del ventesimo secolo, sia chi li riduce a macchiette pop senza alcuna profondità musicale – sono esagerate. Non è mio obiettivo entrare davvero nel merito della questione: intendo usare i Beatles solo come esempio di band capace di polarizzare il dialogo tanto da far scaturire opinioni molto spinte nell’una o nell’altra direzione. Ma da cosa nasce questa deriva? E a cosa serve riconoscerla e sviscerarla? Mettiamo in fila un paio di idee.
Iniziamo col dire che la musica non la si ascolta nel vuoto, bensì in un contesto che porta con sé un numero altissimo di fattori che influenzano e plasmano gusto e percezione. Ricordi, esperienze sensoriali, stati d’animo, periodi storici e innumerevoli altri elementi rendono ogni nuovo evento di ascolto unico e irripetibile, e questa unicità governa i ragionamenti che costruiamo e la maniera in cui assorbiamo o meno le informazioni a cui siamo esposti. Avere opinioni forti o estreme su qualcosa non è certo sbagliato: dato questo mix unico di caratteristiche, è naturale che ci siano particolari opere, artisti o generi per cui proviamo naturale attrazione o repulsione. Tuttavia, proprio perché le nostre sensazioni e idee si discostano da quelle di una maggioranza (non tanto assoluta, quanto relativa a una determinata bolla) vale ancor più la pena di spendere tempo a indagare – non per cambiarle, ma per conoscerle meglio. Se i Beatles ci fanno istintivamente schifo, prima di tutto può essere utile chiedersi: ma tutti i Beatles? Perché quelli di Love Me Do non sono quelli di Eleanor Rigby, che non sono quelli di Helter Skelter. Se ogni periodo della band proprio non ci piace, ecco che l’opinione diventa più peculiare, e conseguentemente cercare di risalire ai perché sottostanti può aiutare a individuare meglio i particolari elementi indigesti. A questo punto la nostra opinione, sebbene rimanga estrema, assume una forma più ragionata e comunicabile, e diventa non solo occasione di introspezione ma anche strumento per empatizzare tanto con chi ha la nostra stessa inclinazione quanto con chi se ne discosta.
Trovare una chiave di lettura che ci permetta di interpretare le nostre sensazioni è perciò imprescindibile, se vogliamo imboccare il percorso verso una vera consapevolezza. Ragionare di musica è estremamente difficile – Alessandro nel suo articolo ha spiegato efficacemente perché – e la musica popolare moderna è forse il macrogenere che richiede il pensiero più malleabile e versatile di tutti. Dato il minor bagaglio formale, l’abilità tecnica dei musicisti coinvolti ha un rapporto in media più tenue con la bellezza del disco, e ancora manca il grande quantitativo di letteratura e studio dedicato alla musica classica o al jazz, che aiuta a contestualizzare compositori, interpreti e movimenti, fornendo elementi oggettivi su cui basare poi i propri ragionamenti. Banalmente è musica più recente, meno canonizzata. Per citare ancora Alessandro, inoltre, “ogni cambiamento nella dinamica degli ingredienti e dei contesti interi può cambiare completamente la struttura dell’evento estetico” – basta pochissimo per influenzare tanto il contenuto di un disco quanto l’esperienza d’ascolto. Questo bias colpisce tutti, ed è impossibile eliminarlo: molto spesso in redazione, quando chiacchieriamo dei nostri ascolti, succede di stupirci di come un disco che ricordavamo sciatto in realtà nascondesse elementi interessanti, o di come un artista che ci stava antipatico adesso risulti assai più intrigante. Anche per persone che scandagliano spesso la radice del loro apprezzamento, e ne parlano per passione, è quindi impossibile arrivare a prevedere con certezza cosa un nuovo ascolto potrà portare. In questa pervasiva incertezza, dunque, qual è il valore di avere un set di opinioni ben fondate?
Innanzitutto, una baseline del genere serve proprio perché tale incertezza esiste. Non bisogna immaginare un’opinione come il tronco di una sequoia, immobile e d’intralcio alla libera circolazione del pensiero, ma piuttosto come la segnaletica messa sopra al tronco per dare informazioni sul percorso. Tornando alla metafora precedente, in questo fittissimo bosco dove perdersi è inevitabile, avere dei segnali che abbiano senso è uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per evitare di girare in cerchio all’infinito. E questo non per uscire dal bosco, ma per arrivare a luoghi che è possibile vedere soltanto se si è preso un determinato sentiero, e se lo si sa attraversare. Ci sono dischi che possono essere adeguatamente interpretati solo costruendo sulla comprensione di movimenti artistici passati, componenti estetiche che si apprezzano solo alla luce di una sensibilità costruita nel tempo, e ciò non si accorda bene con una struttura di ragionamento per assoluti, o ancor peggio uno spirito critico troppo dipendente da fattori totalmente extramusicali come l’influenza di un’altra persona o la nomea generale che una determinata band ha in alcuni circoli.
C’è infatti un elemento critico di cui ho trovato conferma più e più volte interfacciandomi negli anni con un gran numero di ascoltatori e artisti: la musica possiede una forte componente identitaria e sociale, e questa si manifesta non soltanto suonando con altri o andando ai concerti, ma anche in ciò che si matura durante un ascolto isolato, o semplicemente nell’atto di informarsi. Prendendo ancora i Beatles come esempio, le sensazioni che si provano ascoltandoli e il conseguente giudizio, oltre che dalla nostra individualità, sono influenzati dallo status che la band occupa nella società. Più una band è popolare più persone raggiunge, più persone raggiunge più soldi girano, più soldi girano più ci sarà un meccanismo ben congegnato per aumentare interesse ed engagement da parte dell’industria musicale. Ogni aspetto riguardante la band tende dunque ad essere mitizzato e veicolato all’interno dei circoli sociali giusti, e nei decenni si crea un effetto valanga che viene perpetrato inconsciamente. Com’è naturale, per un bambino formare core memories sui Beatles è più facile: ci sono più probabilità che i tuoi genitori ascoltino loro rispetto a Gerry and the Pacemakers. Specie nell’esperienza di un appassionato, però, questo loop positivo può dare valore all’altro lato della barricata, i cui membri acquisiscono lo status di pensatori indipendenti, di ribelli o di “gente che non è come tutti gli altri”. Nella vita di una persona, specie nei rocamboleschi anni dall’adolescenza, molto di quello che pensa è fortemente influenzato dalla peer pressure o comunque dall’immagine che vuole proiettare di sé. Sei un ragazzo che si sta appassionando giusto ora alla musica, stai cercando il tuo posto in un mondo che inizia a mostrarti la sua complessità, ed ecco che un paio di tuoi amici musicisti ti fanno sentire i Velvet Underground o i Mothers of Invention dicendo “senti che facevano questi mentre i Beatles cantavano Ob-La-Di, Ob-La-Da”. Di esempi analoghi ce ne sono infiniti (ovviamente non tutti didascalici come questo) ma il senso è che la difficoltosa interpretazione di una forma d’arte, con già pochi elementi a cui appigliarsi, è ulteriormente condizionata da un tira e molla esterno a cui resistere è molto più difficile di come possa sembrare. L’aspetto nocivo di queste influenze naturali si riscontra quando esse privano una persona della facoltà di ragionare liberamente, e la guidano su binari inconsci di pensiero che la rendono incapace di sviluppare una sua unicità.
Lo psicologo americano Irving Janis ha dedicato molti anni all’analisi di ciò che lui chiama, orwellianamente, groupthink: la tendenza di persone in circoli molto chiusi o identitari a far prevalere coesione e conformità di pensiero sopra ogni altra influenza, diventando incapaci di analizzare criticamente nuove idee e scartando automaticamente ogni input esterno che non si allinei con la condotta del gruppo. Questo concetto, applicato da Janis principalmente alla politica estera USA, può trovare riscontri più soft in molti altri aspetti della società, all’interno di questa o quest’altra bolla. Proprio perché, come detto sopra, ascoltare musica è un atto influenzato fortemente dal contesto, quando si pensa alle cose incorporando un sottotono identitario, spesso peraltro più o meno inconscio, si diventa progressivamente sempre meno capaci non solo di analizzare un’opera criticamente, ma anche di darne una pura e semplice lettura personale. Questo è il vero lato problematico. Criticare puntualmente, analizzare un’opera sforzandosi di contemplare una miriade di bias, non è uno sforzo così importante neanche per un appassionato, se ciò non gli dà piacere o soddisfazione – poter ascoltare un disco o una canzone senza attaccarci sopra mille pregiudizi normativi è invece fondamentale.
Noi redattori di una webzine spesso controcorrente, a volte dissacrante, e decisamente al di fuori delle normali logiche del giornalismo musicale italiano e mondiale, veniamo spesso a contatto con queste dinamiche: non siamo Rolling Stone, siamo (nostro malgrado) più vicini all’universo indipendente di critici come Scaruffi, quindi naturalmente i Beatles non ci possono piacere. Siamo irriverenti, quindi se diciamo che gli American Football o i Black Country, New Road non ci dicono niente deve chiaramente essere un’opinione orchestrata per creare engagement. Questo perché molte persone trattano i loro gusti come strumento per far valere la propria identità, e col tempo iniziano a vedere tutto attraverso quest’ottica senza neanche accorgersene. Ci sono casi in cui tale meccanismo può essere una necessaria forma di difesa contro persecuzioni esterne, un modo di trovare aiuto e sostegno per resistere a chi vuole farti sentire sbagliato; poter dare libero sfogo alla propria individualità senza ripercussioni, sociali o perfino fisiche, è comunque un privilegio. Tuttavia, nessuna comunità può davvero fiorire se pone pressione su questa o quest’altra espressione dell’estro personale, se non intrattiene opinioni diverse dalle proprie al fine di capirle, anche solo per criticarle in maniera più efficace.
Specie nella nostra contemporaneità, fatta di collegamento costante e ossessivo con decine di community e personaggi e fatti e ingiustizie e scandali, saper arrivare a questa indipendenza nell’ascolto è un processo meno immediato di quanto sembri. Molti di noi sentono una pulsione frustrata, un’agitazione che sobbolle nelle profondità del nostro animo, nata dal trovarsi di fronte a una catastrofe praticamente ogni giorno. Queste catastrofi ci colgono immobili: ne leggiamo mentre facciamo colazione, nei momenti di pausa dallo studio o dal lavoro, e la perdita di una vera coscienza popolare ci lascia incapaci di trovare un qualche tipo di riscatto attraverso forme di associazione che prima erano cosa quotidiana. Questo imbottigliamento emotivo trova sfogo nel carico indebito che si pone spesso verso personalità o prodotti innocui, nell’incapacità di modulare appropriatamente i nostri sentimenti, nel voler vedere un sottotesto nefasto in qualsiasi cosa. È un altro, grosso strato che ostacola una visione delle cose più lucida – nel contesto di questo scritto, un ascolto più lucido.
Io non ne sono affatto al di sopra: come molti altri in redazione, ogni anno quando arriva Sanremo mi sembra la fine del mondo. Per giorni, da appassionato di musica, mi sforzo di evitare ogni contatto con l’unica occasione in cui è dato ampio spazio alla musica sui social, in televisione, nei discorsi della gente. Su questa specifica cosa, noi di Livore prendiamo una posizione forte, contraria senza compromessi né spiragli; ci vediamo dentro la trivializzazione dell’arte che amiamo, siamo feriti dal fatto che l’unica volta in cui troviamo grande partecipazione popolare nella musica sia per fare meme a layer di ironia alterni su questo o quest’altro pupazzo dell’establishment. Avvertiamo quelle esagerate influenze nefaste che giusto sopra ho chiamato poco lucide. È questo, senza mezzi termini, un nostro tallone d’Achille: saremmo più efficaci a fare in altra maniera, ma non riusciamo. Eppure ci pensiamo sopra, e cerchiamo di compensare facendo altro, assumendo un’attitudine più positiva in altri contesti, e non lasciamo che questi nostri pregiudizi ci lascino incapaci di aprirci quando sentiamo il disco di un artista che magari è stato a Sanremo, o le caratteristiche interessanti di una canzone in lista al festival. Il punto di tutte queste righe è proprio quello di trovare un bilanciamento tra estremismo e misura, così da rendere il sentire musica un’esperienza più umana.
