QUALCHE RAGIONAMENTO SUL RAGIONARE DI MUSICA

Premessa

Recentemente sono stato con Lorenzo a una serata di TIMPANI, happening di listening di gruppo e discussione su dischi ideate da Dewrec. Bella gente, bei dischi proposti, bel format, tutto bello (ci scriveremo qualcosa? Capiamo). Ho avuto modo di avere ed approfondire uno scambio con Michele, un sociologo (se non ricordo male) che batteva i classici binari dei gusti che sono gusti, ma che mi ha portato a difendere il mestiere di chi articola i propri gusti in modo complesso come cerchiamo di fare qui. Gli ho lanciato un paio di opinioni molto basilari che fondano il nostro lavoro e ci siamo incrociati a metà strada, come è facile che sia in un contesto così piacevole e amichevole. Però la conversazione mi ha lasciato un certo senso di incompiuto in bocca: sono veramente a posto con trovare un accordo veloce su quello che è il mio hobby principale, senza andare più a fondo, senza realizzare se sto capendo veramente quello che sto facendo quando sto parlando di musica?

Ci sono un paio di migliaia di idee che mi ronzano in testa da qualche tempo, nel parlare di musica. Non si tratta solamente di opinioni su tale o talaltro disco, né riflessioni sullo stato del mercato, o della deontologia dei nostri colleghi (anche se questo, a onor del vero, è uno dei nostri classici). Vorrei cominciare a sfruttare il nostro spazio per poter far uscire fuori alcune di queste idee e riflessioni, e vedere come prendono piede tra voi che ci leggete. Questo sarà il primo di vari articoli che scriverò nei prossimi tempi e che si occupano di fatti in musica da una prospettiva un po’ più distante, affrontando argomenti che non hanno tanto a che fare con le nuove e vecchie uscite ma con la metodologia critica, con il valore dei giudizi estetici, in generale su cosa significhi parlare e confrontarsi di musica.

Del resto io sono un filosofo: nella vita mi provo a occupare di temi che incrociano la filosofia della conoscenza, della mente, delle scienze cognitive e dell’intelligenza artificiale. Nello specifico sono un filosofo che è più o meno ancorato al metodo analitico della filosofia anglofona contemporanea, non tanto perché penso che sia l’unico modo corretto di fare filosofia, ma perché penso che mettere in fila un ragionamento con premesse, conclusioni, passaggi logici chiari sia un modo democratico e trasparente di far viaggiare il pensiero. 

Dall’altro lato, però, non ho che una comprensione pre-teorica della filosofia dell’arte contemporanea e dei principali dibattiti che percorrono l’estetica analitica. La maggior parte delle mie idee sul tema vengono da un’infarinatura di classici e dai ragionamenti che faccio dalla mia poltroncina mettendo in fila le mie credenze e cercando di raggiungere un reflective equilibrium dentro alle mie opinioni sull’arte. Non ho mai sottoposto queste inferenze a uno scrutinio sostanzioso, quindi prendeteli come punti di partenza per altri ragionamenti sul ragionare di musica, che arriveranno più avanti. Lo scrutinio arriverà mano a mano, dalle letture che farò e che mi avvicineranno all’ortodossia contemporanea in filosofia dell’arte – e magari dal vostro contributo nei vari canali dedicati, quello mi piacerebbe molto. Per adesso vi lascio una fotografia di quello che penso all’inizio di questo percorso hobbistico, le mie intuizioni sul nostro mestiere, i miei ragionamenti sul ragionare di musica, nati da anni e anni di lavoro e qualche sparsa conversazione avuta in redazione e con i vari contatti che ho avuto da quando ho cominciato a scrivere. Un tema alla volta.


#1 È un bene che ci siano le cose belle

Mettiamo qualche base e diamo un po’ di spessore a qualche banalità, mettiamo calce nelle fondamenta di questi ragionamenti. Partiamo dal fatto che è un bene che ci siano le cose belle – quindi dischi belli, pezzi belli, persone che fanno sì che escano cose belle, e così via. Cerchiamo di vedere in che senso.

In primo luogo, esistono le cose belle, oppure il concetto di “bello” è relativo – o, peggio ancora, difettivo e quindi da eliminare? Mi salvo da questa complicata questione di metaestetica per stipulare questa proposizione: ciò che è bello è lo scopo, il point of purpose della sfera estetica, i.e., qualcosa che ha un valore estetico positivo. Se siete dei realisti sul valore estetico, possiamo dire che ciò che è bello è bello di per sé; se siete dei relativisti, come la maggior parte delle persone della nostra epoca, possiamo dire che ciò che è bello è relazionale: bello per qualcuno. Ma in entrambi questi casi ciò che è bello è positivo, che sia positivo in assoluto o positivo per la persona che lo reputa bello. Ceteris paribus, è meglio che ci siano più cose belle e meno cose non belle, in entrambi questi sensi di bello. 

Questo quindi è un punto di vista normativo, che collega lo scopo principale della sfera estetica con le altre. Se due mondi sono identici ma in uno dei due mondi c’è una cosa bella in più, questo è leggermente migliore. Non troppo controverso. La parte veramente difficile, che un po’ rispecchia i vari dibattiti nella sfera del consequenzialismo, è capire quali siano i pesi da attribuire alle cose belle, estremamente belle, un po’ belle, brutte, medie, e così via. Allo stesso tempo, capire qual è il peso del valore estetico rispetto alle altre cose buone del mondo (la verità, il benessere, la giustizia) può essere molto poco trattabile in un pezzo del genere. 

Si possono dire un paio di cose, però. La maggior parte dei filosofi accetta una forma di realismo morale, mentre c’è sostanziale parità tra relativismo e realismo estetico (come testimoniato dal più recente sondaggio di philpapers). Io sono (senza argomenti particolari a supporto) un realista morale e un relativista estetico. Queste due posizioni, tenute insieme, spingono per esempio per mettere più in alto il valore di ciò che è buono e giusto dal punto di vista morale e più in basso il valore di ciò che è bello dal punto di vista estetico. Questo anche solo per il fatto che il bene che viene dal bello – relativo – non varrà per tutte quelle persone per cui quel bello non è tale. Per esempio, tutti beneficeranno ugualmente di una buona azione (considerate anche le sue conseguenze), mentre non tutti beneficeranno ugualmente di un dato disco, dato che potrebbero non realizzarlo come bello. Sono pensieri in libertà, che hanno dei controesempi. Chi vorrebbe vivere in un mondo piatto, ma con tutto al posto giusto a livello etico? Similmente in campo epistemico, chi vorrebbe staccarsi dalla verità per accedere a una experience machine di Nozick?

Come vedete appaiono vari problemi all’orizzonte, quantitativi, qualitativi, relazionali. Ma il punto di partenza è questo: il campo estetico è normativo, nel senso che porta con sé valori e disvalori (assoluti o relativi) e su questi valori e disvalori noi fondiamo i nostri giudizi, con più o meno giustificazione. 


# 2 De gustibus disputandum est. Ma come?

Questo è il fatto che più dà noia e che più stacca i critici (musicali) dalle persone che non fanno questo mestiere. Assumendo un relativismo estetico di fondo, qual è il senso di fare critica? Difficile. No, non è vero, è abbastanza facile a primo acchito: il critico disamina, approfondisce, informa, estende le possibilità di questo o quest’altro ragionamento, spinge determinati artisti, dice la sua. È facile vedere come questo lavoro intellettuale abbia una qualche forma di ricompensa, ma nella maggior parte dei casi è semplicemente epistemica, informazionale: il critico dà un background, fornisce contesto, permette di apprezzare più a fondo un disco perché, per esempio, punta a quello scambio di basso e batteria che magari all’ascolto disattento era passato sotto traccia.

Ma questa è la risposta facile, e io sto cercando un modo di fornire una risposta più difficile. Livore vota con dei numeri. Alcuni dischi sono migliori di altri, per quanto lo siano relativamente alla prospettiva di chi scrive. Eppure tutti noi della redazione, quando ci esprimiamo sul voto – che pure spesso è portato avanti dall’intuizione – ci troviamo a razionalizzare, quando va bene ragionare (quando va male confabulare) su una spiegazione che dia una base normativa di quel voto. Il disco fa a, b, c, d, quindi (per me) vale 8/10. Il passaggio da a, b, c, d a 8/10 è per me uno dei punti più misteriosi del mio hobby, e quando sono davanti al foglio a costruire le mie recensioni potreste assistere a tante righe che sono commentate da me stesso con una variazione di “Perché???”. 

È complicato. Il ragionamento, in filosofia, di solito si divide nel ragionamento pratico, che mette in fila intenzioni, desideri, credenze e azioni e il ragionamento teorico, che mette in fila le credenze, gli argomenti, e così via. Il concetto di ragionamento estetico è poco esplorato (ad una primissima ricerca), e a pensarci su è un fatto veramente molto opaco. In primo luogo perché i fattori dei giudizi estetici non sono particolarmente composizionali: se io penso che la chitarra di Blackbird e che il basso di My Name Is Mud siano molto belli non significa che giudicherò bella una loro combinazione (eugh). Questo è solo un esempio di una situazione assolutamente ubiqua: ogni salto da un giudizio estetico a un altro giudizio estetico è condannato a collassare in un abisso di incertezza come Willy il Coyote dopo i primi tre o quattro passi nel vuoto. 

Però noi vogliamo dare dei giudizi estetici, che siano quantomeno coerenti con il nostro storico. Spesso questo vuol dire tracciare qualche linea sulle cose che nella musica ci piacciono e le cose che nella musica non ci piacciono, e poi modulare queste cose in base al contesto. Quindi, per esempio, abbiamo bisogno che le cose siano concertate in una certa maniera, che i pezzi del meccanismo siano ben incastrati bene (l’interplay, i silenzi), che i suoni siano quei suoni che reputiamo belli (oppure che sono belli per noi considerato il contesto). Oppure no, magari la cosa che reputiamo bella è proprio la rottura di quello che noi pensiamo essere il filo di come dovrebbe girare un pezzo. Spesso la sorpresa è un esempio classico di cosa ci piace nella musica, ma che tipi di sorprese vanno bene e che tipi di sorprese vanno male?  

Questa è una delle parti più dolorose del ragionare di musica. Ogni cambiamento nella dinamica degli ingredienti e dei contesti interi può cambiare completamente la struttura dell’evento estetico con un meccanismo simile a quello della interferenza catastrofica nelle reti neurali. La funzione che va dall’ascolto al giudizio estetico è così non-lineare che qualsiasi approssimazione più distinta non funziona come predittore: non basta fare la lista delle componenti, non basta fare la lista di come questi componenti si intersecano tra loro. C’è un contesto immenso in ogni esperienza di ascolto, che può e deve anche essere extramusicale.

Qui però subentra un altro livello di complessità: quale è il ruolo che il contesto extramusicale ha nel giudizio estetico? In redazione, quantomeno, siamo tutti abbastanza d’accordo sul fatto che ce l’abbia. Alcuni aborti dell’informazione musicale post-scaruffina, per dire, pensano anche che sia l’unico modo di esprimere un giudizio estetico, che nel loro mondo idealizzato è direttamente proporzionale al coefficiente di innovazione. Un’idea da coglioni che porta la prima scoreggia tonica fatta da un homo sapiens random diverse leghe sopra l’Orfeo di Monteverdi. Questo è solo un modo di elidere dal discorso la parte veramente difficile del parlare di musica e di fare critica: appiattiamo tutto su una singola feature e facciamo la scala lì. 

Butta male a chi ha questo approccio che anche queste feature hanno un livello di granularità tale da non poter essere tracciate con efficacia. Ma in generale butta male anche a noi: quel “Perché???” che mi segno sulla recensione rimane sempre lì come cicatrice in ogni mio giudizio estetico: ancora non sono riuscito a completare un ragionamento estetico senza una gigantesca pera di handwaving. E se i miei giudizi estetici sono confabulazioni basate sulle mie intuizioni, con che coraggio provo ad entrare in società (come è successo da Timpani) e disputare dei giudizi estetici degli altri? Va bene non concordare su alcuni fattori basilari (e.g.: “amo le chitarre”), ma è necessario poter andare dalla fondazione fino alla fine del ragionamento (“poiché amo le chitarre, questo disco che ha le chitarre è bello” è poco convincente). Non pretendiamo di saper individuare il bello, ma almeno di comunicare con grazia perché i nostri giudizi estetici sono coerenti, quello sarebbe bello.

Questo è un discorso particolarmente importante nella musica nello specifico, perché parlare e ragionare di musica è incredibilmente più difficile che parlare e ragionare di tante altre arti. 


# 3 Ragionare di musica è difficile, MA!

La musica ha un problema che la pone schiava più di tutte le altre arti delle intuizioni e del contesto. Noi viviamo della nostra vista, viviamo delle storie che ci raccontiamo, viviamo pure del cibo che mangiamo, naturalmente. Va da sé che siamo molto più preparati a discriminare i piccoli dettagli di un dipinto, ad apprezzare la trama e il modo di porla di un film o di un libro, a capire quando qualcosa fa schifo e quando qualcosa è buona davvero.

La musica è un casino. È difficile capire quando una canzone pop è scritta con l’intelligenza artificiale di Suno; è difficile capire che strumento sta suonando se non frequenti il campo della musica; è difficile seguire tutti i canali insieme oppure non seguirli una volta che li hai scomposti; è in generale difficilissimo parlare di musica senza agganciarsi ai testi, a considerazioni esterne e contestuali o a cose del genere. È difficilissima la teoria musicale, come possono testimoniare Jacopo e David. È difficilissima l’ingegneria del suono, come può testimoniare Lorenzo. In generale, questo è uno dei motivi per cui le persone si ritraggono nel de gustibus e anche uno dei motivi per cui i critici musicali sono tra i più mal sopportati: perché è troppo più difficile capire se un disco è buono o no che capire se un film, un piatto, un libro sono buoni o no. Perché fare un giudizio estetico sulla musica ha queste barriere evoluzionistiche e matematiche che rompono i coglioni.

Difficilissimo. Però c’è un punto da cui secondo me si può partire con un po’ di grinta, ed è il pezzo che cerchiamo di fare noi in redazione (ecco che arriva il reflective equilibrium). Io assumo che #1 È un bene che ci siano le cose belle e che il bello è relativo. Aggiungo inoltre che, al contrario della sfera etica, avere più cose brutte non è di per sé un male fintanto che la stessa manovra possa aumentare le cose belle. Quest’ultimo fatto non deve precludere alle persone l’accesso alle cose che per loro sono belle, ovviamente: se le cose che io reputo belle sono introvabili, allora non potrò giovare di esse. 

Partendo da qui e considerando che ciò che è bello è relativo, è fondamentale che la sfera artistica abbia una forte dose di diversità. Questo è evidente dal fatto che se la bellezza è relazionale, sarà necessario avere svariati e diversi prodotti che soddisfano questa proprietà in relazione ai singoli individui: se tutti hanno opinioni diverse, non tutti apprezzeranno The Wall (per fortuna) e quindi poca diversità esprimerà poca bellezza. 

La diversità è in generale un fatto buono anche dal punto di vista epistemico ed etico, dove c’è una certa convergenza verso il realismo (cf. qui, per esempio). A maggior ragione in un campo normativo in cui il valore è relativo, non è possibile prescindere dal pluralismo. Spingere per questo pluralismo è un progetto molto più facile di costruire una argomentazione estetica completa: non c’è bisogno di spiegare perché una tale o talaltra cosa sia bella (per me), basta semplicemente aumentare la varianza dei prodotti musicali. Non è un giudizio di valore, è un giudizio e basta – ed è immediato, basta mappare un po’ la musica in generi, correnti, aree geografiche, strumenti usati, tanti altri dettagli che possono agilmente descrivere la distanza che c’è tra un pezzo e l’altro, tra una corrente e l’altra. 

Questo non significa che se un disco è più distante dagli altri allora è più bello (la pena è ricadere nei ragionamenti cretini dei monisti dell’innovazione), ma significa quantomeno avere un motivo in più o in meno per fare la propria parte all’interno dell’industria culturale della musica senza nel frattempo impazzire nella quadratura del ragionamento estetico. Questo non significa che non ci proviamo, ma solo che mentre riempiamo quel vaso bucato almeno abbiamo qualcosa da proporre. Dischi che promuovono la diversità, che siano sorprendenti. Così, mentre tentiamo di tirare i capelli a un ragionamento che non siamo veramente capaci di fare, almeno possiamo estendere anche il vostro orizzonte. 

Perché, con questo livello di incertezza, questo è (parte di) quello che pensiamo sia il nostro ruolo.


# 4 Parlare di musica è politico

E arriviamo all’ultimo punto: noi abbiamo un ruolo all’interno della società artistica, per quanto piccolo. Giocare questo ruolo, anche in maniera proattiva, è del tutto politico: non nel senso che tutto è politica, ma proprio nel senso che – assumendo che #1 È un bene che ci siano cose belle – contribuiamo al benessere delle persone che abbiamo attorno usando le nostre energie e il nostro tempo.

Ci sono due modi in cui spingiamo questo ruolo, il primo è politico nel senso stretto della parola, il secondo è politico nel senso di politico-estetico, di avere un ruolo nelle policy che muovono il sottobosco artistico italiano e mondiale. Personalmente (sempre per il discorso sul realismo morale) penso che il primo ruolo sia un po’ più nobile da giocare, ma penso che con questa cosa non concordino tutti gli altri redattori. Allo stesso tempo, credo anche che questo qui non sia il cannone più efficiente che io abbia per giocare un ruolo politico nella società, che è riservato all’attivismo e ad altri modi di supportare le cause in cui credo. Diciamo che, come minimo, teniamo la barra a dritta quando scriviamo, ma senza spenderci attivamente come se fossimo una ONG dedicata alle nostre battaglie politiche.

Siamo però una webzine dedicata a spingere per fare in modo che ci siano più cose belle: buttare le nostre fiches nel massimizzare le cose belle e minimizzare quelle brutte, votare col portafoglio, decidendo chi coprire e chi no, decidendo cosa stroncare e perché, e così via. Questa è un’attività che ha una sua dignità e che probabilmente se altre riviste trattassero con lo stesso rispetto condurrebbe a una vita culturale e artistica incredibilmente più folta e variegata. 

I problemi di essere attivisti della musica sono tanti, mutuati dall’attivismo in senso lato. Per esempio, è difficile capire quando una determinata spinta dettata dai propri principi possa effettivamente portare a una conseguenza positiva. Oppure, decidere come pesare i vari fattori che possano portare a una decisione nella versione estetica dei più classici dilemmi etici. Butteresti un artista solido su una rotaia per salvarne cinque che hanno scritto un disco della madonna ma hanno fatto schifo per il resto della loro carriera? 

Fare politica per la diversità e quindi per il bello (relativo) è un problema un po’ più trattabile del ragionamento estetico, ma nasconde una lunga serie di insidie che partono dalla semplice querelle sulla separazione dell’arte dall’artista fino a piccoli dilemmi di azione che, di nuovo, ci ritroviamo a navigare intuitivamente. Ma per questo, come per gli altri tre ragionamenti, vale la pena fare un passaggio oltre lo stadio pre-teorico, e cominciare a farsi qualche domanda seria.


Conclusione

Questo articolo ha la bocca un po’ impastata, me ne rendo conto. È un po’ un trampolino per cominciare a studiare e tenervi informati dei progressi, un po’ di food for thought che possa essere utile anche a voi per esplodere alcune domande che potreste starvi facendo implicitamente senza sapere ancora come verbalizzare. Come abbiamo detto, #3 Ragionare di musica è difficile. Sono anche sicuro che ragionare sul ragionare di musica sia molto difficile ma, di nuovo, un po’ più trattabile con i giusti strumenti. 

Io nelle prossime settimane e nei prossimi mesi continuerò a ragionarci e a studiare cosa hanno da dire le altre persone a riguardo nel dibattito contemporaneo. Fatemi un piacere, se  vi va, e prendete parte alla conversazione sui nostri soliti canali: siamo curiosi di sapere cosa ne pensate, fin dove ci possiamo spingere con i nostri lettori, quanto possiamo parlare di musica e del parlare di musica. È impensabile non avere delle opinioni a riguardo, nella sfera che frequentiamo. Allo stesso tempo, questi discorsi sono assolutamente assenti, non sono sentiti né come urgenti, né come rilevanti, né come necessari alla coerenza interna di una rivista. 

Ci sta. Ma, come potreste aver intuito, a noi piace anche fare qualche passo in avanti. 

Condividi questo articolo:
Alessandro Corona Mendozza
Alessandro Corona Mendozza