BLACK COUNTRY, NEW ROAD – ANTS FROM UP THERE

Ninja Tune

2020

Art Rock

I Black Country, New Road non saremo certo noi a spiegarvi chi sono, anche perché siamo tra le dieci persone al mondo che l’anno scorso non si sono rovinate le mani a furia di applaudire il loro debutto For the First Time e invece l’hanno accolto per quello che era davvero – un disco paraculo e dalla direzione incerta che ha ottenuto il successo che ha avuto solo perché per qualche motivo la gente ha deciso che l’hic et nunc della musica per chitarre dei 2020’s deve essere il rock che rimastica con poca originalità roba che usciva trenta o quarant’anni fa. Una cosa però va detta: For the First Time non era un disco post-punk. Il suo maggior pregio, anzi, era proprio il fatto che a essere ricalcato fosse per una volta il post-rock di matrice post-hardcore e math-y degli Slint anziché i soliti Fall. La scarsa qualità della scrittura, la melassa emotiva di cui erano ricoperti i brani, e la maniera piuttosto rozza con cui si innestavano arrangiamenti un po’ più estranei all’ABC del genere (in questo caso, sporadici accenni al folk balcanico e interventi di sax che, manco a dirlo, hanno fatto sproloquiare pavlovianamente di “free jazz” e “scena londinese”), comunque, rendevano For the First Time complessivamente un lavoro ben dispensabile.

SEPARATORE

Ants From Up There, pubblicato a inizio febbraio nuovamente per Ninja Tune, scombina le carte in tavola e consegna al pubblico una musica che, nelle stesse intenzioni degli autori, ha lo scopo di essere più accessibile del predecessore – e se già non fosse strano che in questo universo possano esserci persone che simultaneamente conoscano i Black Country, New Road e li trovino ermetici, la cosa diventa ancora più bizzarra leggendo che il batterista Charlie Wayne ha dichiarato sinistramente di essere in debito con le «persone sbagliate» e di avere bisogno di un disco da cui estrarre più singoli per permettere al gruppo di continuare la sua attività. Fa ridere.

E quindi, come rendere ancora più immediata una formula che, già nell’anno passato, implorava di essere onnivora e incontrare il gusto di più o meno chiunque possa investire soldi in un gruppo che viene fuori da questo ambiente? Innanzitutto, sfrondando un po’ delle asperità armoniche e timbriche che si sentivano nell’esordio e sciogliendo un po’ di nodi strutturali dei brani, che ora si avvicinano a qualcosa di più simile al formato canzone (con ovvie eccezioni: sul finale, il minutaggio di nuovo levita sensibilmente, fino a toccare i dodici minuti e spicci in Basketball Shoes). Soprattutto, però, facendo esplodere definitivamente un aspetto che gli ascoltatori più attenti potevano aver già notato su For the First Time, cioè la grandiosità emotiva melensa e il gusto melodico luminoso, quasi pop. Gli arrangiamenti si fanno così gonfi e opulenti, e si arricchiscono di violini, violoncelli, flauti, e percussioni assortite, secondo la scuola degli Arcade Fire di Funeral e del Sufjan Stevens di Illinois, e in generale di tanta musica del mondo indie del nuovo millennio. Anche nei sporadici momenti del disco in cui i tempi rallentano e le atmosfere si fanno più dimesse (su Bread Song o su Haldern) i riferimenti più azzeccati si trovano ora nei Low anni Duemila nell’emo degli American Football, e pure quando sul finale i Black Country, New Road si ricordano di essere stati, solo un anno fa, la next big thing del post-rock anglofono, la memoria si rivolge più ai crescendo dei Godspeed You! Black Emperor che non agli Slint. Non vengono tuttavia eliminati gli stucchevoli riferimenti alla cultura pop egemone dai testi: Billie Eilish viene menzionata diverse volte (su Chaos Space Marine e su Good Will Hunting), mentre The Place Where He Inserted the Blade cita en passant quella sciagura che è Bound 2 di Kanye West. L’esempio più strombazzato in giro però è, e non potrebbe essere altrimenti, ancora Basketball Shoes, dichiaratamente basata su un wet dream per Charli XCX. Senza vergogna proprio.

Spingendo sull’acceleratore verso un indie pop/rock dalle tinte artsy e dai riferimenti cool, i Black Country, New Road confezionano altri dieci brani votati al revival di maniera che nei contenuti, rispetto all’esordio, spostano soltanto il bersaglio del proprio passatismo, compiendo sulla musica degli Arcade Fire la stessa operazione che For the First Time compieva sugli Slint. E non c’è davvero nient’altro da dire su Ants From Up There. Un giorno è nato. Un giorno morirà.

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia