OLIVIA RODRIGO – YOU SEEM PRETTY SAD FOR A GIRL SO IN LOVE
Ho delle idee un po’ confuse sul nuovo disco di Olivia Rodrigo, e in un certo senso non so nemmeno bene perché io senta il bisogno di parlarne. Da un certo punto di vista è un modo pacifico per togliere la ruggine dell’estate e provare a estrapolare un significato un po’ più succoso da un disco per cui non è che ci sia poi una marea di inchiostro da buttare. Da un punto di vista più concreto, mi ero messo in testa di parlare di you seem pretty sad for a girl so in love per un motivo che, ascoltando e riascoltando, si è progressivamente dissolto nel blando letto del fiume zuccheroso richiamato dalla copertina e atteso dalla carriera della cantante. Provo a guidarvi passo passo e a ricostruire i miei ragionamenti.
Parte tutto da un’impressione che ho avuto al mio primo ascolto, da qualche parte tra drop dead e maggots for brains, confermata poi longitudinalmente da expectations e qualche altro hook che si trova qui e lì tra i pezzi più trascinati del disco. La sensazione generata da queste robe prendeva energia da una familiarità molto specifica che ho con un’altra cantante pop statunitense: Chappell Roan. In due parole, i brani che stavo ascoltando richiamavano così tanto lo stile di Chappell Roan da convincermi che quest’ultima fosse la persona che stava cantando, tipo featuring. So di non essere stato l’unico ad avere questa impressione, e il paragone comunque non è peregrino, considerato quante connessioni e punti di riferimento in comune hanno le due star.
Avanti veloce fino alle mie ricerche sul disco e l’arcano è presto svelato. Questa ineludibile sensazione di già sentito deriva dal profondissimo solco impresso tanto nella scrittura quanto nella scelta del comparto strumentale dal producer ed ex indie rocker Dan Nigro, prima penna nelle hit di Rodrigo e anche in quelle di Chappell Roan (e di Conan Gray. E in mezzo alla roba di Caroline Polachek. Ci siamo capiti). A quel punto non è che ci fosse bisogno di troppo altro per costruire un pezzo: la macchina dell’opinionista era partita, un titolo peloso e provocatorio tipo due parole sul nuovo disco di Dan Nigro stava appoggiato tranquillo sulla scrivania. Un paio di strali alla solita Ondarock che manco si accorge che gran parte della farina di Rodrigo non è del suo sacco (unica webzine dell’universo a non farci caso, un’eccellenza), e tutti a casa.
Questa chiave di lettura, peraltro, non sarebbe stata nemmeno avanzata con intento polemico nei confronti della musica: you seem pretty sad… l’ho trovato ai primi ascolti un disco carino, proprio grazie al roboante spirito di iniziativa di Dan Nigro. Il problema era più squisitamente autoriale, con lo split cantante/autore portato ai soliti estremi di certo ultra-pop bioingegnerizzato dietro a molte scrivanie per farci uscire una wiki e badilate di soldi, o cose del genere. Però a sto giro il fatto interessante da condividere sarebbe stato lo sviluppo di un dialetto di scrittura musicale molto specifico a firma Nigro, che si prende dei pezzi di riflettore e collabora con le cantanti in un rapporto più simile a quello che un regista ha con i suoi attori e le sue attrici che con quello che un produttore ha con le musiciste e i musicisti che produce. La cosa più triste qui, per me, sarebbe stata la perdita di terreno di Chappell Roan come autrice originale, un po’ una fregatura considerato quanto The Rise and Fall of a Midwest Princess sia il mio junk food musicale preferito da qualche anno a questa parte. Forse il flavour a cui rispondevano i miei neuroni non era Chappell Roan ma Chappell Roan & Dan Nigro. Un po’ meno mitologica lei, in questo modo (so che non segue, ma ci siamo capiti anche adesso, dai).
Poi ho fatto quella cosa che fanno solo quelli bravi e quelli scemi (scegliete voi la mia categoria): ho ascoltato il disco una decina di migliaia di volte per tirare su la recensione e farci uscire qualcosa di interessante. Il pregiudizio di pseudo-autorialità non regge a uno scrutinio più approfondito, e la realtà si rivela più complessa di quella che credessi. Il che non implica che sia più interessante né per voi lettori né per il mio approccio a questo tipo di musica. La noiosa verità è che, sebbene Nigro sia chiaramente il motore creativo che ha fatto sì che ‘sto disco squillasse di perline new wave e hook iper-digitali nei punti giusti (drop dead lo fa, ma lo fanno anche my way, un minimo stupid song e un massimo expectations), la penna di Rodrigo è piuttosto pronunciata, sebbene in un modo un po’ più specifico rispetto ai precedenti GUTS e SOUR.
Mi dispiace battezzare il momento della recensione in cui dico le cose che hanno già detto tutti, ma non ci vuole una cattedra in Disney Channel studies per accorgersi che questa impronta Rodrigo la genera soprattutto quando decide di fare la drammatica ed esprimersi nella sua storia di amore e disamore. La cifra stilistica di riferimento per questa cosa sta nello scegliere una forma canzone canonica, con tutte le differenze nel caso specifico. A volte questa cosa si risolve in una ballata pregna di yearning tipo honeybee, begged o less, possibilmente costruita su poche note di pianoforte o chitarra acustica e debitrice di tutti i pezzi meno interessanti di Lana Del Rey, altre volte il gioco include delle chitarre serie per fare l’occhiolino ai fan di GUTS e per attrarre gente come i genitori delle persone che sono effettivamente fan di Olivia Rodrigo e che hanno accompagnato i pargoli al concerto o, esempio più vivido, i giornalisti musicali che si fanno prendere per il culo dai soliti quattro riferimenti in croce. La mia forma preferita della poetica rodrighiana, invece, è il letterale pezzo dei Cure sradicato dagli anni della guerra fredda e cantato con la vibe youngster-californiana negli anni della guerra temperatura ambiente – tipo maggots for brains, u + me = <3 e chiaramente il pezzo con Robert Smith, vero punto focale di tutta l’operazione.
Tutto questo, penso, descrive abbastanza pedissequamente tutto quello che succede nel disco. Banalizzando ulteriormente, Dan Nigro si comporta da Dan Nigro, l’occasionale Robert Smith si comporta da Robert Smith, Olivia Rodrigo si comporta da Olivia Rodrigo, ossia una popstar che fa leva su una produzione pazzesca per un atterraggio morbido nei risultati e che ha dei riferimenti musicali che chiaramente rumina come si possono ruminare le robe prima di aver finito lo sviluppo del lobo prefrontale.
I veri misteri di tutta la vicenda you seem pretty sad… rimangono due, a questo punto. Primo: da dove esce tutto questo successo di critica? Penso che questo sia un falso mistero, dato che è da quando esistiamo che osserviamo un massiccio livello di convergenza tra la semplice popolarità di un* musicist* purché faccia parte dei giri giusti. Posizione speculativa ma comunque un po’ informata: il motivo per cui il disco viene osannato nelle piattaforme di riferimento è sempre, in primo luogo, sociologico. Certo, ogni tanto fai uno scazzo così gigantesco da far fallire delle operazioni di marketing costosissime, vedi, boh, l’ultimo disco di Taylor Swift. Ma è pure vero che roba come Confessions II ci fa capire molto nitidamente che questi outlier sono proprio dischi che si sono trovati nel turbine supremo della sfiga tipo quelli che vengono colpiti dai fulmini sette volte nel corso di un’estate. Quindi: basta stracciarsi le vesti su questi fatti contingenti e su quanto questi incidano sulla percezione critica della gente, sul successo di un disco che è semplicemente medio, e così via (non penso che questa call to action verrà raccolta da nessuno della mia redazione) (nemmeno da me).
Secondo mistero, quello veramente peso: perché l’ho sentito io, il bisogno di parlare di questo disco passabile? Anche questo è abbastanza semplice da dissotterrare, con un po’ di analisi: ho trovato interessante usare questo disco per ricominciare la stagione e parlare delle dinamiche di ascolto, di quanto i giudizi vengano cambiati in corso d’opera, di quanto penso che Nigro sia il produttore di pop AM più forte degli Stati Uniti e di quanto la mia opinione di Olivia Rodrigo si possa riassumere in considerazioni che combinano la sua storia da show-woman, la sua heavy rotation di Spotify, e quella tensione di fondo che si crea quando un’artista infinitamente giovane incontra un successo infinitamente ingestibile. Il verdetto è quindi abbastanza indipendente dai motivi che mi hanno portato a parlare del disco. Penso che Rodrigo sia leggermente peggiorata dai tempi di GUTS, che Dan Nigro sia decisamente migliorato da quando faceva musica con la sua band, e che Robert Smith faccia un pochino paura, dico di faccia. Tutto questo lascia you seem pretty sad… nella zona né-caldo-né-freddo tipica di molti dischi molto popolari in classifica. Di solito l’unico modo di far funzionare ‘sti prodotti è attaccarci dei ricordi, favorire delle connessioni create con episodi della vita importanti e così via, ma è anche vero che questa è una cosa che si può fare anche con, non so, Brusco – Abbronzatissima (hit). Quindi di questo album non c’è molto altro da raccontare.
Del prossimo disco, però, qualcosa la si può dire. Il fatto che Rodrigo, con il miglior backup di produzione che esista sulla scena e con la sua personalità riesca comunque a far uscire dei dischi che suonano non generici la trovo una cosa positiva, e una cosa che mi fa guardare alle prossime release del duo con una certa curiosità. In fondo, penso che una persona infinitamente giovane con un successo infinitamente ingestibile possa anche avere un potere contrattuale infinitamente massiccio. Penso anche, quindi, che se tra un paio d’anni la cifra stilistica di Olivia Rodrigo si trasformi in “copia carbone dell’artista su cui sono ossessionata in questo periodo, ma supportata da una produzione che ti fa avere l’ok da David Byrne”, il fatto potrebbe diventare sicuramente ancora più interessante. Ora tocca solo farla ossessionare con i Big Black. (Peggio dei Chat Pile non è che si possa fare).
Quindi, per riassumere, tutto questo sproloquio ci ha insegnato tre fatti molto salienti e a cui dovremmo fare tutti attenzione: (1) Dan Nigro sa scrivere pop per quest’epoca e seguire quello che fa lui è un modo legittimo per tenere d’occhio la parte bella delle classifiche; (2) Olivia Rodrigo è una cantante originale, ma puo’ risultare noiosa quando non è supportata dal giusto apparato; ma soprattutto (3) Se il ruolo della produzione è limitato, allora Chappell Roan è salva, diva assoluta. Tutta farina del suo sacco. Come ho potuto dubitare?
