Ogni anno, quando realizziamo il nostro listone di dischi metal, troviamo molto divertente trovare e scrivere riguardo gli album brutti. Ma, innanzitutto, il motivo per cui vogliamo redigere queste carrellate di musica è per proporvi lavori che magari non sono stati intercettati dai vostri radar, o per offrire una prospettiva un po’ diversa su lavori pur discussi e celebrati in giro. Dopo avervi deliziato con i sommersi, ecco quindi a voi la pars costruens della nostra selezione di album metal, con tutti i salvati che sentiamo di consigliarvi. Manca ancora qualcosina, soltanto perché sentiamo di voler dedicare ad altri lavori un’attenzione ancora maggiore in recensioni ad essi dedicati. Nel frattempo, buon ascolto.
Floating – Hesitating Lights (Transcending Obscurity)

I Floating sono emersi come degli alieni dal panorama estremo svedese nel 2022, quando l’autoprodotto The Waves Have Teeth li presentò al mondo con una miscela di death metal cavernoso e post-punk di estrazione gotica. Nella fattispecie, l’influsso di Cure, Joy Division e secondi Killing Joke era palese tanto nel passo ritmico di basso e drum machine durante le strofe, quanto nel carattere melanconico che pervadeva le trame meno distorte della chitarra. Era una formula piuttosto originale, ma pagava lo scotto di essere l’esordio di una band tecnicamente immatura nella scrittura e nell’esecuzione: la loro performance si disgregava nei momenti in cui i bpm aumentavano, inficiando il valore della loro operazione e ammantandola in un’aura di amatorialità. Il loro secondo album Hesitating Lights è uscito a luglio per la Transcending Obscurity Records, che si sta pian piano ritagliando un ruolo importante nel metal estremo pensante, e sembra affinare un po’ quanto mostrato sull’esordio. Non che la tecnica sia migliorata particolarmente – il modo in cui basso e chitarra si perdono il tempo dettato dalla drum machine per esempio su Grave Dog è quasi comico – ma i Floating sembrano questa volta spingere sul lato gotico del loro sound, rendendo così più digeribile le loro lacune strumentali ed esaltando invece la loro indubbia dote nel ricamare melodie e atmosfere con pochi termini di paragone nell’attuale scena death metal. Il tono liquido dei loro riff, il gusto spiccato per la melodia struggente, l’atmosfera psichedelica da qualche parte tra Bauhaus e Red Temple Spirits conferisce al sound di Hesitating Lights un colore che, più che ai trend dominanti del dissodeath o del revival old school, strizza l’occhio all’esperienza classica dei Type O Negative e dei primi Paradise Lost. C’è ancora da lavorare per raggiungere una sintesi che possa misurarsi con lavori dalle ambizioni simili come Nothing But the Whole degli Emptiness; ma Hesitating Light offre un primo scorcio verso una sintesi più intelligente e professionale di darkwave e death metal.
Grey Aura – Zwart vierkant: Slotstuk (Avantgarde)

Prima di ascoltare Zwart vierkant: Slotstuk, io non sapevo nulla dei Grey Aura. A quanto pare provengono dai Paesi Bassi, calcano le scene da una quindicina d’anni e questo è solo il loro terzo album, dopo l’esordio nel 2014 e uno Zwart vierkant che nel 2021 si è meritato il plauso di alcuni ascoltatori più sul pezzo di me. Come intuibile dal titolo, Zwart vierkant: Slotstuk rappresenta la seconda parte del concept iniziato su Zwart vierkant, che con un po’ di Google Translate e leggiucchiando qua e là si può riassumere circa così: Pedro è un pittore modernista attivo agli albori del XX secolo che sviluppa un’ossessione per il Quadrato nero di Malevič e per le teorie del movimento suprematista, e quindi sacrifica la sua psiche (e, infine, anche se stesso) nel tentativo di realizzare l’opera d’arte astratta definitiva. Credo siamo tutti d’accordo che il tema dell’album sia piuttosto pretenzioso; eppure, la musica di Zwart vierkant: Slotstuk si è rivelata una delle più intriganti del 2025 metallico – e non soltanto perché, durante l’ascolto, non capivo un belino del concept. I Grey Aura suonano un black metal tortuoso e labirintico, che rifugge le tentazioni atmosferiche, psichedeliche o contemplative che vanno per la maggiore di questi tempi recuperando piuttosto le declinazioni più avant-garde e progressive del genere. Come spesso accade in questi casi, i riferimenti più ovvi vanno quindi ricercati nelle produzioni anni Novanta della Misanthropy (Ved Buens Ende in testa) e della stessa Avantgarde per cui esce Zwart vierkant: Slotstuk (Abigor, Solefald, Kvist); ma l’approccio dei Grey Aura guarda anche oltre lo steccato del black metal. Numerosi elementi nel sound dei Grey Area mostrano l’impronta nitida di alcune delle esperienze più evolute del post-hardcore e del noise rock in stile NoMeansNo, a partire dai riff di chitarra ispide e urticanti, passando per le linee di basso così jazzate e pastose, e finendo nel ruggito di Ruben Wijlacker che, spesso, si distanzia dallo scream propriamente detto. Così, pur con la sua marcata impronta black metal, Zwart vierkant: Slotstuk suona spiritualmente più affine a certe esperienze ai margini dell’avant-garde metal – penso ovviamente ai soliti Virus, ma anche a un esperimento dimenticato dalle sabbie del tempo come l’incredibile Pleasuredome dei Disharmonic Orchestra. L’album paga purtroppo un’eccessiva omogeneità stilistica, che appiattisce tutti i brani sulla stessa gamma timbrica ed espressiva: forse avrebbe giovato approfondire le potenzialità di interludi acustici suggestivi come Natalia Goncharova e Tussenspel: Stille zon per speziare un po’ di più la formula. Ma a parte questo difetto, è impossibile non riconoscere in questi solchi una creatività rara che forse sta ancora aspettando di manifestarsi compiutamente.
Hexvessel – Nocturne (Prophecy)

Il nome di Mat McNerney potrebbe non dirvi molto, ma è comunque possibile che lo abbiate incrociato già diverse volte in passato. Con l’alias Kvohst, è stato cantante e/o paroliere per varie band di confine nell’ambito black metal (Code, Dødheimsgard, Virus), anche se forse la sua fama si deve soprattutto al progetto post-punk Beastmilk/Grave Pleasures, che qualche tempo fa aveva raccolto un discreto successo tra gli addetti ai lavori. Parallelamente, da circa quindici anni McNerney è il leader degli Hexvessel, che pur non famosi quanto i Grave Pleasures sono molto più interessanti. Partendo da una espressione di folk esoterico molto legata alla scena psichedelica finlandese, gli Hexvessel hanno via via flirtato con trame più apertamente progressive, per poi sparigliare improvvisamente tutte le carte in tavola tornando ad attingere a piene mani dal sound metal su Polar Veil, del 2023. Pur proseguendo concettualmente e stilisticamente nel solco di quel lavoro, quest’ultimo Nocturne perfeziona la formula e smussa un po’ gli angoli, imboccando con ulteriore convinzione una terza via tra dark folk e metal di derivazione scandinava – che rappresenta comunque la principale fonte di ispirazione della musica del disco. Nel tremolo picking tormentato delle chitarre e nei blast beat di Mother Destroyer si coglie nitida l’impronta di Burzum e dei Darkthrone; nella scrittura liquida e amorfa dei brani traspare l’influenza dei Ved Buens Ende; nel passo lento e inesorabile, così come dagli spiragli di luce nell’oscurità tracciati dalle linee di violino, emergono affinità concettuali con il doom metal gotico degli Skepticism. Anche il timbro vocale pulito di McNerney, che non adotta il canto estremo tipico del genere, traccia parallelismi con il Quorthon del periodo viking (cfr. Spirit Masked Wolf) o, ancora, con il Vicotnik più contemplativo di Written in Waters (che, tra l’altro, è pure ospite su Unworld). L’unica volta che si sente espressamente uno scream è in secondo piano sulla conclusiva Phoebus, ed è nientemeno che quello di Juho Vanhanen degli Oranssi Pazuzu. Tuttavia, la matrice psych/prog di partenza pervade ancora la musica di Nocturne, non soltanto per le aperture di chitarra acustica che riecheggiano gli Opeth e gli Ulver di Kveldssanger, ma anche nelle tastiere in odor di Tangerine Dream, in digressioni folk come Concealed Descent, e anche negli intrecci vocali fatti di cori e controcanti che rispondono alla linea canora principale.
Ci sono ancora netti margini di miglioramento, specie per quanto riguarda la gestione del minutaggio (un’ora è francamente troppo); ma la musica di Nocturne sfodera una sintesi davvero rara nel panorama musicale attuale. Comunque, già qui gli Hexvessel si sono dimostrati capaci di offrire scampoli di eccellenza: perché un pezzo come Inward Landscapes è, senza mezzi termini, uno dei brani metal più belli del 2025.
Messa – The Spin (Metal Blade)

Sarò molto sincero: all’inizio The Spin non mi aveva convinto, a tal punto che in una primissima bozza di questo articolo era finito nella poco lusinghiera categoria dei sommersi. Nel 2022, Closer aveva fatto breccia nei nostri cuori per il modo estremamente originale con cui i Messa avevano fatto convivere strutture e sonorità del doom metal, atmosfere oscure tra gothic metal e dark jazz, e inflessioni e strumentazione mutuate dalle musiche tradizionali del Mediterraneo. The Spin, invece, è un lavoro in confronto molto più conservatore. L’amalgama che faceva la forza di Closer perde del tutto la componente folk per far prevalere il lato metal dell’equazione, che qua e là si tinge anche di tinte più classiche: sentite per esempio il riffone portante di Reveal, che pare un rimaneggiamento di quello di Iron Man dei Black Sabbath. Al contempo, viene dato ulteriormente risalto all’altra componente ottantiana del sound dei Messa – vale a dire quella di discendenza dark e gotica – contribuendo così a far sembrare quest’ultimo lavoro un ascolto eccessivamente più “datato” del suo predecessore. Tuttavia, ritornando all’ascolto di The Spin nell’arco dei mesi successivi alla sua uscita, le mie riserve hanno ceduto sempre più: è difficile non farsi trasportare dalla cazzimma delle sezioni metal, o non perdersi nel fascino dei momenti in cui i Messa flirtano nuovamente con il dark jazz e con la psichedelia più occulta (cfr. il finale di The Dress, o l’intro blues per chitarra slide di Reveal). Soprattutto, per me è stato impossibile non essere rapito dall’umore umbratile che imperversa lungo tutto The Spin, con i sintetizzatori e la voce di Sara Bianchin che riecheggiano la darkwave di Fields of the Nephilim e Christian Death (su pezzi come Void Meridian, Immolation o The Dress i paragoni che avevo fatto con i primissimi Gathering ai tempi di Closer trovano ulteriori conferme). Non soltanto i Messa sono probabilmente il più bravo gruppo metal attualmente in circolazione in Italia, ma in ambito doom hanno davvero pochi rivali nel mondo, anche quando fanno un piccolo passo indietro.
Sonum – The Obscure Light Awaits (Dusktone)

Trovo sempre particolarmente affascinante quando un gruppo metal si mostra ben consapevole delle tendenze contemporanee, eppure mantiene comunque un occhio di riguardo verso sonorità e sensibilità più old school. Se vi ricordate, l’anno scorso avevo tessuto le lodi dei Devenial Verdict proprio riconoscendogli questi (per me) meriti.
Nel 2025 questa fiaccola è stata portata avanti con orgoglio dai vicentini Sonum, che con il loro secondo album The Obscure Light Awaits hanno tirato fuori dal cilindro un lavoro estremamente peculiare nell’ambito death metal. Da un lato, il loro gusto per la dissonanza, per l’atmosfera apocalittica, per la stortura armonica rimanda immediatamente ai soliti Ulcerate e Deathspell Omega (cfr. la strofa di Trapped in the Labyrinth of Aberration per un esempio eclatante). Al contempo, però, la loro musica trasuda sempre un pronunciato senso melodico epico e grandioso che rimanda invece alla scena svedese anni Novanta, dalla scuola di Göteborg di Dark Tranquillity e At the Gates fino agli Edge of Sanity: per apprezzare, potete ascoltare il piglio hardcore a rotta di collo della strofa di In This Void We Dwell, o il ritornello anthemico di Famine. E forse, più che all’odierno panorama post-death, è proprio all’estetica di Dan Swanö che bisogna guardare per contestualizzare adeguatamente la formula di The Obscure Light Awaits. La musica dei Sonum si infratta volentieri in strutture labirintiche e sviluppi progressivi, adopera soluzioni anche ambiziose in fase di arrangiamento come inserti sinfonici e riff dal taglio obliquo, ma infine mantiene sempre un’orecchiabilità di fondo che al che al momento giusto non teme di suonare finanche tamarra nell’accezione più nobile del termine: esattamente come accadeva nelle pagine più affascinanti di The Spectral Sorrows e Crimson. A essere del tutto sincero, non sono convintissimo che gli orpelli simil-orchestrali che fanno capolino qua e là lungo il disco giochino a favore del disco, ma con brani come Famine, Ad Mortem o il finale di Deliver Us (Final Trip) perdoniamo volentieri qualche ingenuità.
Vauruvã – Mar da deriva (n/a)

Il duo Vauruvã è una delle recenti emanazioni della florida scena black metal d’avanguardia brasiliana. Nella fattispecie, è uno dei vari progetti in cui si è imbarcato Caio Lemos, che con il moniker Kaatayra ha già inciso una delle pagine più importanti e innovative del metal estremo degli anni Venti (ci riferiamo ad Inpariquipê, che abbiamo celebrato in uno dei primissimi articoli di Livore).
Come Kaatayra, anche i Vauruvã sono partiti un po’ in sordina. L’esordio Manso queimor dacordado del 2021 provava a calare rimuginazioni progressive all’interno delle forme del black metal più atmosferico, mantenendo sullo sfondo una sensibilità legata al folk e al territorio brasiliani. Il risultato era però inficiato da un senso melodico molto appiccicoso e piacione, da una scrittura molto immatura, e da un sound nel complesso eccessivamente addomesticato oltre che debilitato dalla produzione molto lo-fi: il confronto con Inpariquipê, pur uscito solo due mesi dopo, era semplicemente impietoso. Mar da deriva è il loro terzo disco in cinque anni – un’infinità, per un musicista prolifico come Lemos – e mostra una band estremamente più ambiziosa e competente, a partire da un missaggio più professionale che toglie la patina di amatorialità dalla musica dei Vauruvã del debutto. Ciò che però dà innanzitutto nuova vita alla proposta è il modo in cui il duo è tornato finalmente a far respirare le trame folk, così soffocate invece su Manso queimor dacordado, portandole in primo piano e facendole dialogare creativamente con la matrice black metal. L’esempio forse più luminoso in questo senso è l’opener Legado, che si apre con un incastro di chitarra acustica e percussioni, si evolve in una lunga cavalcata di black metal cosmico che si intreccia con flauti sintetici, e si chiude di nuovo con un’elegia per chitarra acustica, percussioni, flauto e acquerelli di sintetizzatori sullo sfondo; ma momenti di fattura altrettanto pregevole si possono ascoltare anche sulla conclusiva As selvas vermelhas no planeta dos eminentes, dove ritorna a tratti l’esotico black metal in acustico di Kaatayra. Mar da deriva evade quindi dalla dimensione di “black metal atmosferico e progressivo” e giunge a una nuova dimensione più contemplativa e serena, coerente con il messaggio di armonia con la natura primordiale portato avanti dagli altri progetti di Lemos. Rimane però ancora una fastidiosa nota di piacioneria e dilettantismo che impedisce ai Vauruvã di toccare le stesse vette di Kaatayra, nell’uso delle voci pulite così stereotipato (su Os Caçadores e As selvas…), nel melodismo addomesticato di alcune parti di chitarra elettrica, e nei suoni così caserecci di certi interventi elettronici (come nella chiusura di As selvas…, troppo vicina a certe colonne sonore esotiste dei videogame anni Novanta). Limando anche queste ultime imperfezioni, i Vauruvã sarebbero pronti per elargire al mondo qualcosa di davvero grande.
