SCINTILLE #1

Da qualche mese fatico a trovare una quadra tra lavoro e passioni. Il tempo non basta mai (basterebbe, ma purtroppo possiedo un cellulare), e inizio a vivere con una certa pesantezza l’incessante ricerca di musica di cui valga la pena parlare approfonditamente. Questa rubrica nasce per questo motivo.

Scintille è un modo per riversare pensieri, condensare associazioni e considerazioni, ciarlare in libertà a proposito di dischi contemporanei che ci hanno detto qualcosa, ma non troppo. Immaginatevi quindi la sintesi di un Risentiamoci o di un Mangianastri, applicata a valutazioni livoriane tra il 6 e il 7; tutto quello che trovate qui è roba per noi degna di nota, che non ci ha fatto impazzire, ma che potrebbe fare impazzire voi. O magari no.

Ultime regolette: niente voti; appuntamenti a nostra discrezione; dai tre ai cinque dischi per volta. Detto questo, partiamo.


Sam Wenc – Language at an Angle

(Lobby Art) | USA | Post-Rock, Free Improvisation | Gennaio 2026

Sam Wenc è uno di quei tizi che, in solitaria, amano tirar fuori da pochi strumenti la gamma timbrica più vasta possibile. Nel suo caso abbiamo la pedal steel guitar, affiancata a contorno da vibrafono, metallofono, un banjo, quello che passa il convento. I suoi riferimenti li potete trovare sul Bandcamp del disco, ma in breve parliamo di Susan Alcorn, della Chicago dei Tortoise e della Thrill Jockey, pure di quella cialtrona di Kali Malone. Pur tradendo queste ispirazioni un po’ didascalicamente, Language at an Angle intriga nel suo aspetto materico, specialmente quando la contrapposizione tra pedal steel e idiofoni si incastra con efficacia per formare una gong chime music fatta in casa, chiazze rustiche di sud-est asiatico.

L’operazione è a tratti ingenua e poco definita, tuttavia questa componente esotica colpisce per fantasia, ancora prima che per sorpresa: sono questi i frangenti in cui le sonorità si fanno cristalline e mutevoli, disseminando nel loro cammino un’impronta timbrica distinta (esemplificativa in questo senso è Draw Water Down). Prevedibile è invece dove il disco non sorprende, ovvero in quei fraseggi post-rock muffosi e pigri che cercano di spingere il lavoro verso banalotte atmosfere cinematografiche (Run the River Clear, ad esempio, ne è particolarmente colpevole). Ad ogni modo questa musica sa affascinare, o quantomeno è in grado di accendere l’interesse per ciò che Sam Wenc porterà sul piatto in futuro, e io ci sono felicemente cascato.


Sergeant – Symbols

(STROOM) | Belgio | Neo-Psychedelia, Art Rock | Maggio 2026

Se avete un po’ presente l’estetica generale di certe esoteriche pubblicazioni post-rock anni ’90, questo disco vi solleticherà le tempie. Abbiamo: copertina stilizzata e dal sapore urbano, influenze dub e kraut, un generale senso di fritto misto che in qualche modo funziona. Essendo però nel 2026 e non nel 1996, in Symbols è possibile avvertire anche una certa sgangheratezza ipnagogica, che rimanda ai lavori del primo James Ferraro o (ancora meglio) Spencer Clark, innestata comunque in un impianto più propriamente rock. L’ingranaggio gira fino a un certo punto, perché i Sergeant inspiegabilmente tentano di far collidere l’efficace fantasia ritualistica delle basi strumentali con un impianto vocale posticcio e assolutamente non all’altezza; la cosa finisce per pregiudicare l’intero lavoro che, nonostante ciò, tocca più di una corda a me cara. Resta a voi capire quanto lasciarvi stuzzicare.


The Sleeves – The Sleeves

(12XU) | Regno Unito | Slowcore, Ambient Pop | Maggio 2026

Gli Sleeves sono metà degli attuali Modern Nature, nonché un altro modo per Jack Cooper di muoversi tra i silenzi. Questo disco è perfettamente ascrivibile a quello slowcore orgogliosamente autunnale e quieto che gioca gran parte delle sue carte sull’arredare un’atmosfera intima e calda – pensate a gente tipo i Valium Aggelein, gli American Analog Set di The Golden Band, i For Carnation di Moonbeams, la lista va avanti. In questo caso però la formula è spinta all’estremo, con i duetti voce-chitarra che aleggiano quasi con pigrizia su un silenzio che prende il ruolo di protagonista. È croce e delizia: funziona con temperature tra i 18 e i 22 gradi, orari compresi tra le 17 e le 19 di settembre-ottobre, nuvole non necessarie ma consigliate. Al di fuori da queste condizioni The Sleeves non eccelle, e forse non gli interessa neanche. Se è vero che i signori sopra citati hanno offerto di più e meglio, è anche vero che uno spazio per questo dischetto lo si può trovare. Negli interstizi.


Wet Tuna – Vast

(Three Lobed) | USA | Psychedelic Pop, Neo-Psychedelia | Febbraio 2026

I Wet Tuna sono una creatura di Matt Valentine e P.G. Six (che non è chiaro se ne faccia ancora parte), figlia dei Tower Recordings e correlata a decine di realtà attorno gravitanti. Nonostante l’elevatissimo quantitativo di droghe in gioco, le coordinate del progetto sono state progressivamente dirottate dalle jam space rock rilassate dei primi lavori verso una psichedelia più strutturata e levigata, sorridente ad aperture funk-quasi-disco, ma stralunata il giusto per non cadere nel cattivo gusto.

Il fatto che Vast sia uscito a febbraio e che io ne stia parlando ad ottobre è una combinazione interessante e purtroppo sfortunata, che non valorizza quanto questa musica si sposi bene col calore asfissiante dell’estate. Il disco funziona infatti al suo meglio quando assume la consistenza della plastica liquefatta, ovvero laddove strutture e sonorità familiari e in principio innocue sembrano annaspare in arrangiamenti, echi e riverberi dal carattere alieno (ascoltare Jettison Me per avere un’idea). Il problema è che Vast non osa quanto potrebbe, cosa che fin troppo spesso trascina le potenzialità allucinate di questo lavoro verso un semplice revival un po’ alticcio. Finita l’estate rimane dunque poco in mano, ma potete tenere il tutto a fermentare aspettando la prossima.

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Lorenzo Dell'Anna
Lorenzo Dell'Anna