SUI CRUCCI DI BENJAMIN CLEMENTINE

Le dinamiche di pubblico, promozione e fruizione musicale del panorama alternativo, di norma considerate un gradino sopra a quelle mainstream, spesso finiscono in realtà per essere le stesse. L’impulso di idolatrare un artista e sobbarcarlo alle proprie aspettative sa essere irresistibile, e molti ascoltatori non riescono a evitare di attaccare una qualche parte di sé non solo alla loro musica preferita, ma anche alle figure coinvolte nella creazione di essa, alimentando un processo che i social media ormai agevolano tanto quanto le effettive strategie promozionali. Benjamin Clementine è particolarmente adatto a catalizzare queste dinamiche: è molto bello, dotato di grande presenza scenica, ha una voce potente ed espressiva, e una storia assai pittoresca che lo vede senzatetto o quasi per le strade di Parigi intorno alla maggiore età, a cantare nei pub o in metro per accaparrarsi due spicci. 

La sua ascesa è stata rapida. At Least for Now, il primo disco, fece già molto successo, arrivando a vincere il Mercury Prize e piazzando così un musicista alla sua prima esperienza professionale in una posizione assai peculiare, a metà strada tra un panorama underground affascinato dalle sue composizioni proteiformi e un mainstream impressionato dalla sua abilità tecnica e dalla vena posh che si trascinano dietro certe influenze (William Blake, Debussy). Quanto a lui, leggendo le interviste rilasciate al tempo e soppesando le scelte fatte nel percorso artistico successivo, Benjamin Clementine sembra una persona complicata, al contempo carismatica e schiva, nonché incline a rifuggire i compromessi quando è nella posizione di farlo. Dimostrazione di ciò è stato il bellissimo I Tell a Fly, suo secondo disco pubblicato sulla scia dell’acclamato debutto. Lì Clementine dava alla luce una visione musicale ancor più particolare, incorporando sonorità elettroniche, utilizzando estensivamente clavicembalo e theremin, miscelando mondi molto diversi tra loro e interpretando stili in modo originalissimo, eppure rimanendo totalmente fedele alla propria personalità artistica. Sarebbe stato senza dubbio più facile cavalcare l’hype con un altro disco di canzoni al piano, continuando a giocare su melodie raffinate e parti vocali entusiasmanti, ossia dare al pubblico quel che voleva e accrescere il proprio successo. Ritengo che per la sua fotogenicità, il periodo in cui è salito alla ribalta e le caratteristiche che possiede, se avesse avuto un’inclinazione più brand-friendly e ambizioni di questo tipo Benjamin Clementine sarebbe potuto diventare davvero enorme. Per quanto mi riguarda, sono molto contento che non sia stato questo il caso, anche considerato il mio oltranzismo nei confronti di tutto ciò che è la grande industria musicale e la musica da classifica. Ero però ancora un po’ scettico su quale fosse la vera natura di Benjamin Clementine, specie dopo un terzo lavoro (And I Have Been) meno sperimentale e ispirato. Lo strano concerto a cui ho assistito al Teatro Antico di Ostia, parte del suo tour di addio, ha chiarito molti di questi interrogativi – senza mancare di sollevarne altrettanti. 
Iniziamo col descrivere l’esperienza. Il biglietto è costato circa 50 euro, ormai tristemente in linea con la media dei concerti di questo tipo; la suggestiva location del teatro romano non aiuta certo a tenere i prezzi bassi, ma si confà perfettamente a un evento tutto sommato borghese, musica contemporanea più raffinata del normale in una cornice che spinge gli spettatori a romanticizzare l’occasione, meditando su chissà quali antichi fasti. Io, che superati i trent’anni sento sempre più forte il canto da sirena di una villetta in campagna con qualche ulivo, di cene in agriturismo a cui presentarsi in camicia su misura e mobiletti dove stipare vini per cui si è speso troppo, calibro di conseguenza il comportamento e, soprattutto, le aspettative. Una volta seduti, tutto sembra rientrare piacevolmente nell’idea che mi ero fatto: podi e strumentazione (pianoforte compreso) sono laccati di bianco, i musicisti d’accompagnamento sono nella loro concezione di abbigliamento formale, e Clementine sale sul palco in uno splendido completo color salvia, a piedi nudi, con una pelliccia sulle spalle che manovra con maestria durante il primo brano, un inedito del prossimo e naturalmente ultimo album – ad oggi rimandato a data da definire. Entrando nel vivo del concerto, ecco però la prima stranezza: il musicista inglese si muove cautamente sul palco, con espressione accigliata, e inizia a dire “Everything is wet. It’s all wet, it’s dangerous, I can’t believe it!”. Essendo la seconda metà di luglio, nel pubblico pensiamo comprensibilmente a uno scherzo, e ridacchiamo mentre il siparietto si dipana. Passano però i minuti, e l’apostrofare incredulo di Clementine continua; prende uno sgabello e fa vedere la condensa che ci sta sopra, arriva a giurare sulla vita dei propri figli che non sta scherzando. Chiama gli altri musicisti sul palco e si assicura che possano suonare. Adesso il concerto sembra sul filo di un rasoio, le risate cessano e tra gli spalti saettano sguardi nervosi. Clementine riprende infine a cantare: il sound è perfetto, diverso dal disco eppure ben calcolato, interessante, con un gran picco nell’intro di Phantom of Aleppoville, che però egli tronca prima della sezione al pianoforte. C’è qualcosa di strano. L’aria sembra essere tesa, e nonostante la performance di qualità si avverte una sorta di sconforto battagliero nell’approccio all’esibizione di Clementine, un sentimento che si ferma pochi passi prima dello scherno e si adagia su un caustico umorismo, espresso tra una canzone e l’altra, verso sé stesso e il pubblico. Non fa nessuno dei suoi pezzi più acclamati, eccetto Condolence, che però verso la fine diventa ennesimo, doloroso siparietto che sfiora la performance art: chiede al pubblico di cantare il ritornello in coro, prima in inglese, poi in italiano, un numero di volte sconcertante. Arriva la sesta, settima iterazione e lui continua, con evidente umorismo ma imperterrito, a dire che non va bene, che bisogna ricantarla. Passiamo così più di cinque minuti, e tiriamo tutti un sospiro di sollievo quando il momento finisce. Eccolo allora che si siede al piano, accenna l’inizio di Cornerstone, il pubblico esulta… poi lo tramuta in quello di Adios, poi in quello di Nemesis, poi in altri ancora, tutti velocissimi e suonati per pochi secondi. Dice sussurrando: “I can’t do it.” e opta per canzoni del terzo disco. Dopo tutti questi bizzarri accadimenti, che leggo essere più o meno successi anche in altre date di questo stesso tour, il concerto si chiude con Tempus Fugit, un altro nuovo estratto, e con Clementine che ripete l’espressione latina sempre più piano mentre procede verso il backstage.

Da una serata così si possono trarre varie riflessioni interessanti. Io, che più di tutto temo un evento noioso dove niente mi sorprende, esco comunque soddisfatto di aver assistito a qualcosa di molto particolare. In realtà in testa mi frullano varie sensazioni contrastanti: la delusione per un concerto breve e discontinuo, il piacevole ricordo del sound che i musicisti sono riusciti a creare, la tristezza per un artista che non sembrava contento del calore del pubblico, l’eccitazione per l’attitudine un po’ punk di Benjamin Clementine, così inconsueta per il genere che fa. Certi capricci sono infatti molto rari da vedere: questo tipo di musica è ormai quasi sempre fatta da persone che, per sopravvivere e spiccare in un oceano così vasto, diventano mostri di professionalità, e si guardano bene dallo sperperare qualsiasi ammontare di attenzione o fama siano riusciti a strappare dalle grinfie di un pubblico sempre più volubile. Non è soltanto una questione economica: c’è la volontà di essere riconosciuti, di non essere dimenticati, del piacere di dare agli spettatori paganti quello che vogliono. Nonostante ciò, è naturale che nasca un po’ di esasperazione quando continui ad affinare la tua espressione artistica, ti sforzi di raggiungere nuovi traguardi sonori e di sviluppare composizioni uniche solo per vedere ad ogni concerto che le tue hit restano sempre quelle. Non è bello ma succede a tutti, indipendentemente dalla qualità della musica. I King Crimson hanno sfornato capolavori per decenni, eppure sarà sempre il riff iniziale di 21st Century Schizoid Man a mandare il pubblico in visibilio. Il primo minuto della prima traccia del tuo primo disco, ancora in vetta dopo cinquantasei anni. È un impulso quasi grottesco, ma che non mi sento di definire ingiusto. Di questa dinamica, peraltro, Benjamin Clementine è solo agli albori: la sua è una carriera di 10 anni scarsi, non è stato affatto un artista prolifico né sottoposto ai ritmi massacranti dei tour in cui si lanciano certe popstar, che si trovano a cantare gli stessi pezzi centinaia e centinaia di volte in un anno. C’è di più: questa dinamica sarà pur fastidiosa, ma è senza dubbio facile da evitare. Basta non dare i presupposti per crearla. Basta fare una scaletta ben definita, seguirla impartendo il sound che vuoi ai brani, non fare l’encore e fine dei giochi. Puoi cercare un dialogo col pubblico, fare cover, suonare un disco nella sua interezza, puoi fare insomma un po’ quello che vuoi. Non funzionerà sempre, ma se come prassi nei tuoi concerti segui la tua strada, ignorando le sporadiche rimostranze, di gente che si lamenta ce ne sarà sempre meno. Sta proprio qua la peculiarità nell’esibizione a cui ho assistito: in un certo senso era come se Benjamin Clementine cercasse il conflitto, cercasse motivi per essere frustrato. Il pubblico era piuttosto silenzioso e ben disposto, ed è stato l’artista stesso a chiedere quale canzone suonare, a punzecchiare gli spettatori in mille modi diversi. Se ciò fosse un unicum sarebbe facilissimo chiudere la faccenda come il risultato di una serata storta, ma non è questo il caso: prima che venissero cancellati, il profilo Instagram di Clementine era zeppo di commenti negativi sul tour, di gente che si lamentava delle stesse cose in altre date europee. Perché far questo dunque, specie nel tuo tour di addio dopo una carriera positiva, giocata secondo le tue regole? La mia ipotesi, forse fantasiosa ma non del tutto inconcepibile, è che Benjamin Clementine volesse darsi ragioni per smettere, trovare riprova del suo essere, nonostante tutti gli sforzi, imbrigliato più o meno coscientemente in qualcosa che non gli permetteva un grado sufficiente di libertà. Come ho detto altre volte in passato, pochi artisti hanno un rapporto sano con le proprie opere; quando si vive intensamente qualcosa, e ci si torna sopra tante volte in periodi di vita diversi, può essere davvero difficile mantenere un legame oggettivo o anche solo sano con ciò che si è creato. Alcuni odiano i loro migliori lavori, altri addirittura neanche li capiscono, per quanto strano possa sembrare. Una personalità particolare come quella di Clementine può aver sentito che, se anche avesse rimosso tutto il primo disco dalla scaletta, sarebbe rimasto per sempre sotto una spada di Damocle invisibile, incapace di dare al pubblico quel che voleva, un’ombra indissolubile su ogni suo concerto. Chiedere dunque direttamente agli astanti, sentirsi dire data dopo data le stesse cinque canzoni e dunque storpiarle, o comunque giocarci amaramente durante la performance, potrebbe essere un gesto sì drammatico, ma anche catartico e anche abbastanza nel personaggio. Dopotutto, dalla sua musica questo traspare: una figura emotiva, contraddittoria, al contempo infantile e profonda, capace di ammaliare tante cerchie sociali diverse restando tuttavia immancabilmente ai bordi di ognuna di esse. Benjamin Clementine sembra volersi muovere adesso verso i nuovi lidi della moda, della poesia e del cinema; a prescindere dai risultati che otterrà, è bene riconoscergli il coraggio che ha sempre dimostrato nel non adagiarsi sui traguardi raggiunti. La strada da percorrere non finisce mai.

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David Cappuccini
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