SHABAKA – OF THE EARTH
La parabola artistica di Shabaka Hutchings mi è ormai completamente incomprensibile. Non sono mai stato un suo grande estimatore, sia chiaro: ritengo tuttora che gran parte dei motivi per cui Hutchings ha ottenuto la considerazione e il plauso della comunità alternativa (leggasi: non jazzofila) siano da ascriversi al fatto che, semplicemente, fino a pochissimi anni fa il suo attuale pubblico di riferimento non conoscesse granché gli sviluppi del jazz degli ultimi decenni. Molti di coloro che hanno eletto Hutchings a personaggio cardine della scena improvvisativa contemporanea hanno cominciato a interessarsi alle nuove produzioni in ambito jazz soltanto dopo la recente ascesa della scena londinese — scena di cui egli è stato indubbiamente uno dei primi e più importanti promotori — e per questo il suo lavoro non è mai stato adeguatamente contestualizzato e interpretato alla luce della gloriosa storia del jazz inglese. Ma, nonostante tutto, in molti dei dischi incisi in passato era comunque ravvisabile una luce di creatività e ispirazione, più o meno viva a seconda del progetto in questione. Non certo nei The Comet Is Coming, che sono uno dei più inspiegabili abbagli collettivi nel recente trend nu jazz/fusion; ma con i Melt Yourself Down (che hanno cominciato a far vomitare esattamente dopo il suo abbandono), con i celebratissimi Sons of Kemet e soprattutto con gli Ancestors, Hutchings ha dato spesso prova di essere non soltanto uno strumentista capace, ma anche una voce interessante nell’affollatissimo panorama contemporaneo. La sua visione afrofuturista e postcolonialista del jazz britannico è sempre emersa nitidamente nei suoi lavori, anche in quelli meno riusciti, giungendo a una formula musicale sempre riconoscibile e — a suo modo — autoriale. Anche per questo, negli ultimi anni è diventato uno dei musicisti più richiesti sulla piazza, in veste di esecutore e di produttore: da Brandee Younger, Ellen Reid, e Amaro Freitas fino a Turnstile, billy woods e i suoi Armand Hammer, non si contano gli artisti (e gli ambiti) che si sono avvalsi della sua partecipazione.
Come autore solista, però, la sua carriera è in una fase di stagnazione disperante che dura all’incirca dalla fine della pandemia Covid, ovvero da quando ha cominciato a incidere sotto il solo nome Shabaka. Prima con l’EP Afrikan Culture del 2022 (ve ne avevamo parlato qua) e poi con il primo album Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace del 2024, Shabaka si è progressivamente allontanato dalle propaggini più incendiarie del suo sound per rifugiarsi invece in una versione particolarmente anemica di new age jazz dal gusto esotista. La concezione che Hutchings ha della spiritualità in musica è così superficiale e ottusa che provoca imbarazzo vicario: ogni elemento nella palette timbrica viene smussato e levigato per cogliere una dimensione ascetica da supermercato, con le parti di archi, arpe, sintetizzatori, clarinetto e flauti (a sostituire la voce troppo irruenta del sassofono) tutte volte a restituire la musica più esangue e fioca che sia mai stata spacciata come “jazz”. Come Promises di Floating Points e New Blue Sun di André 3000 — entrambi, non a caso, ospiti su Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace — il recente output discografico di Shabaka abita la stessa nicchia espressiva delle registrazioni ambient ASMR per conciliare il sonno. La stasi melodica, timbrica e ritmica delle sue ultime registrazioni è asfissiante, ma nonostante tutto stampa e pubblico si sforzano in ogni modo di vedervi qualcosa di più profondo che legittimi i soliti stanchi paragoni con Don Cherry e Alice Coltrane.
Da molti punti di vista, questo nuovo Of the Earth procede sullo stesso solco. Completamente registrato e suonato dal solo Shabaka senza interventi esterni, è un album dall’afflato contemplativo basato prevalentemente su intrecci svolazzanti e leggeri di flauti sovraincisi, che si rincorrono come il canto di uccelli su texture elettroniche e loop che settano la pulsazione ritmica dei brani; occasionalmente, Shabaka ricorre nuovamente al sassofono tenore e perfino a una forma molto imbarazzante di poesia recitata. Ma, come spesso è successo quando Hutchings si è ritrovato nella situazione di sperimentare con strumenti e linguaggi a lui inediti, Of the Earth sorprende per quanto monodimensionale e vapido risulti l’impianto sonoro complessivo. La cifra che contraddistingue i flebili acquerelli digitali e gli interventi delle percussioni campionate è l’amatorialità: quando l’elettronica non è occupata a ricercare l’estasi mistica un tanto al chilo con lo sfarfallio di campane tubolari e temi arcadici di sintetizzatore (come su A Future Untold), il suo contributo scivola verso un minimalismo vellutato dove pattern ritmici di metallofoni, tamburi e drum machine si adagiano sullo sfondo delle escursioni solistiche dei flauti e del sassofono, restituendo una spiacevole sensazione di pacchiano e artefatto. Non va meglio quando, come su Call the Power, l’elettronica si trasfigura in un riff di chitarra elettrica quasi rock e la spinta percussiva si fa più materica, e questo perché il problema principale risiede innanzitutto nelle parti di flauto di Shabaka. Nonostante ormai cinque anni di performance assidua con legni di ogni tipo, il suo eloquio è ancora poverissimo, sempre caratterizzato da una semplicità che vorrebbe suonare austera e meditativa ma che scivola immancabilmente in una frivolezza disneyana che ben si sposa con quella dei sintetizzatori (cfr. Step Lightly e Light the Way). La sua incapacità di suonare interessante allo strumento è quasi patologica — e parlo da grande amante del flauto in ogni sua manifestazione: anche quando dovrebbero rivestire il compito solista, le sue parti sembrano sempre pensate come orpelli ancillari in un arrangiamento più vasto dove il ruolo da protagonista è giocato da qualche altro strumento. Quando Shabaka riprende mano al sassofono su Marwa the Mountain e Stand Firm, infatti, la differenza di capacità suona quasi stordente.
Se a tutto questo si aggiunge il registro grave della sua voce a declamare maldestramente gli ennesimi versi su colonialismo e tratta degli schiavi (su Go Astray) o sulla resilienza nera nel mondo fatto su misura per i bianchi (Eyes Lowered), l’effetto è nientemeno che patetico. E non ci si poteva nemmeno aspettare altrimenti, visto che la decisione di cimentarsi con il rap è stata proprio ispirata dal “coraggio” mostrato da André 3000 nell’adottare il flauto su New Blue Sun: se i modelli di partenza sono brutture simili, il risultato non può che essere tremendo a sua volta.
Tuttavia, pur essendo fondamentalmente un nuovo buco nell’acqua, Of the Earth riesce in alcuni momenti a catturare l’attenzione e a legittimare le dichiarazioni roboanti sull’influenza di Flying Lotus e delle sue produzioni sul modo di manipolare l’elettronica di Shabaka. Su Dance in Praise il campionamento di una marimba dal gusto caraibico sovrapposto alla propulsione digitale riporta finalmente in primo piano la ricchezza ritmica delle sue produzioni passate, per poi chiudersi con un obliquo (per quanto non proprio eccellente) duetto tra IDM e flauto; su Marwa the Mountain il risultato suona ancora più febbricitante grazie al battito sghembo delle percussioni e al disorientante accumulo di linee di flauti e sassofono tenore, teso anche qui a realizzare una versione post-moderna delle musiche afro-cubane. Se Shabaka, tra tutte le strade che può percorrere a questo punto, decidesse di esplorare e affinare quella tracciata da questi due brani, potrebbe forse tornare a suonare rilevante nel panorama musicale odierno; allo stato attuale delle cose, però, non possiamo che guardare con tremenda nostalgia alle sue ultime riuscite incursioni più propriamente jazz come London Brew.
