LAZY LAZARUS – SPILT MILK

JIPO records

2024

Psychedelic Pop

7,5

Lasciar parlare la propria musica non è facile. Pur avendo in mente il da farsi, riuscire a infondere le sensazioni giuste nelle parti strumentali che accompagnano i testi, farle dialogare con essi e arricchirli, è un processo che dipende da tante scelte armoniche, melodiche e timbriche che devono poi coesistere in maniera naturale ed equilibrata. Nella musica popolare, trovo che sia questo il fattore limitante di molti dischi, l’elemento astratto di cui troppo spesso si avverte la mancanza anche in opere di artisti con grande abilità tecnica e abbondanza di mezzi a loro disposizione. Quando – ormai un anno e mezzo fa – il mio amico Luigi mi passò Spilt Milk, suo primo disco sotto il moniker Lazy Lazarus, notai con grande piacere come ciò che voleva comunicare trasparisse chiaramente non soltanto dalle parole, ma anche dal sound generale, dalle scelte di composizione e arrangiamento, e conducesse a un lavoro già indicativo di un artista con le idee chiare.

Ora che, con criminale ritardo, sono qua a parlarvene, mi preme innanzitutto sottolineare quanto è profondo il concetto di gusto in musica. Cosa è davvero importante in questa forma d’arte? Per comprendere appieno un disco sempre più sovrastrutture sociali ed estetiche appaiono necessarie: ci sono dischi che funzionano soltanto quando visti alla luce di un certo tipo di decostruzione, della conoscenza di un certo tipo di microscena, dell’internalizzazione di certi concetti – ciò è vero tanto per la composizione quanto per l’arrangiamento e il mixaggio. Nella musica popolare ormai qualsiasi elemento può cambiare radicalmente la maniera in cui un disco va inteso, e la tecnologia permette controllo capillare su una miriade di fattori con una semplicità senza precedenti. Il fatto che il debutto di un mio amico rientri comodamente nei miei album preferiti dell’anno significa necessariamente che, pur con ovvi compromessi, è possibile creare un sound personale e interessante avendo a disposizione i mezzi di chiunque riesca mettere un paio di migliaia di euro da parte. Confrontando il lavoro di Lazy Lazarus con quello di artisti con milioni di fan e una schiera di professionisti al seguito, l’album di un musicista fiorentino fatto in uno studio di registrazione assemblato con amici esce in molti casi vittorioso. Quando si parla del contemporaneo vale dunque la pena di abbandonare l’approccio quasi inconscio secondo cui, ad esempio, i dischi di Kendrick Lamar si affrontano in un modo e quelli del rapper sconosciuto che hai conosciuto a una serata in un altro. 

Entrando finalmente nel merito, Spilt Milk è un disco che trae influenza da varie parti, dalla psichedelia dei Tame Impala alle sonorità dell’R&B americano di questi ultimi anni, e ancora dalle progressioni di accordi estesi di Tyler the Creator alla scrittura pop dei Beatles, fino a tutto quel filone di jazz un po’ etereo e fortemente commistionato con l’elettronica à la Nala Sinephro, Sam Gendel e molti altri. Ciò che Lazy Lazarus riesce a fare incredibilmente bene è metabolizzare tutti questi elementi per dar voce al suo mondo interiore, mettendo in musica dubbi, desideri, paure e sensazioni che appartengono a lui come a una generazione intera. Le atmosfere del disco sono sognanti e nostalgiche, ma non si limitano a una resa bidimensionale; esplorano bensì le moltissime sfaccettature e contraddizioni che si nascondono dietro una società dove il concetto di giovinezza si sta espandendo talmente tanto da perdere di senso. In molti casi, la vita di un trentenne è ormai sostanzialmente analoga a quella di una persona dieci anni più giovane: la prospettiva di costruire una famiglia sembra talmente improbabile da suonare ridicola, e il proprio posto nel mondo appare poco più che un miraggio lontano. 

Queste circostanze sono rese musicalmente tramite stratificazioni di sintetizzatori nebulosi, chitarre riverberate e percussioni in punta di piedi, e contemporaneamente trattate in testi che languiscono in un ciclo di escapismo e autocommiserazione; spiragli di colore sono poi brillantemente centellinati sotto forma di schiariture timbriche che lasciano sempre intravedere una luce in fondo al tunnel. Alla base del disco giace una fondamentale duplicità: da una parte la frustrazione impotente di chi non sa come scuotersi dal torpore, dall’altra l’inesauribile meraviglia per ciò che la vita ha da offrire. Ognuna di queste percezioni è poi comunque ricoperta dalla stessa foschia nostalgica che ne sfoca i confini, riflessa in musica dai riverberi e dalle modulazioni onnipresenti in chitarre e sintetizzatori, sbavature calcolate che specchiano l’incertezza così pervasiva in ogni traccia, sia essa relativa ai rapporti personali (Dear Grace, Regretfool), al futuro (Elevator’s Limbo, Main Suspect) o alle proprie potenzialità (Slips, Trips and Falls, Lust Christmas). Questa catena di pensieri sboccia infine in Games Of May, ultimo brano prima della chiosa elettronica di Verdant Meadows. Qua la reticenza al cambiamento e lo smarrimento di fronte al tempo che passa si liberano catarticamente seguendo le orme di una batteria che, rimasta per gran parte del disco ancorata a parti piuttosto sobrie, si lascia adesso andare a un drumming sfarzoso che inghiotte parte del ritornello. In certi momenti, Spilt Milk aderisce forse un po’ troppo alle logiche strutturali della canzone pop, quando per lo spirito del disco le composizioni vorrebbero ulteriormente sciogliersi, con le melodie a filo d’acqua in un mare di sintetizzatori e le linee vocali a disegnare un tragitto effimero che conduce ancora più al largo. Non è un caso che Quarantined Lovesong for Survivors to Sing riesca a comunicare le sensazioni alla base del disco così vividamente: qua il cantato assume una dimensione più intima, abbandonando parte della sua impostazione e tracciando un semplice percorso melodico sopra a un ostinato di chitarra ovattata. La fragilità che deriva dalla solitudine, l’incomunicabilità del proprio mondo interiore, l’angoscia nei confronti del futuro sgorgano fuori con potenza, eppure coesistono con un pervasivo senso di quiete, dato dall’incedere dolce delle semplici linee di synth che accompagnano il cantato e dalla semplicità della voce stessa. È questo un brano dove ogni componente gioca in perfetta armonia. 

Come detto all’inizio di questo scritto, Lazy Lazarus è già riuscito a fare una delle cose più difficili in assoluto quando si produce un album; le varie sbavature che si possono trovare in Spilt Milk, praticamente inevitabili in un disco di debutto, passano perciò in secondo piano. Piccole ingenuità di mixaggio, qualche overdub o coro che non si amalgamano come dovrebbero, magari un brano meno brillante: elementi di questo tipo vengono quasi naturalmente corretti da una band nella seconda release. Se invece avessimo davanti un disco magari formalmente impeccabile ma privo di vere cose da dire la situazione sarebbe ben più incerta, e per quello che ci interessa neanche lo avremmo segnalato. Noi ascoltatori del nuovo millennio abbiamo spesso l’impulso di mitizzare eccessivamente i mostri sacri del passato, ammazzando così le sensazioni che proviamo per i dischi del presente, che giudichiamo secondo standard ingiusti e impossibili; invece, quale miglior occasione per crescere di un lavoro che parla della contemporaneità? Piuttosto che chiudermi in ciò che è stato importante per me negli anni della mia formazione, mi sto sempre più sforzando di aprire testa e orecchie, interagendo con la musica di oggi alla luce della persona che sono adesso: ho trovato grandi sorprese, anche accanto a casa. 

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David Cappuccini
David Cappuccini