Anche quest’anno è agli sgoccioli, e come al solito la nostra copertura dell’unico genere che valga la pena ascoltare è stata precaria. Per farci perdonare, vi offriamo quindi come da tradizione il nostro listone di dischi afferenti all’universo metal pubblicati durante l’anno corrente.
Questo primo articolo è interamente dedicato ai sommersi, vale a dire quei lavori che non ci sono piaciuti, e su cui comunque sentivamo di avere qualcosa di impellente da dire. Sono sei, ma sarebbero potuti essere molti di più: il livello delle pubblicazioni in questo 2025 è stato onestamente drammatico, e purtroppo non soltanto per quanto riguarda il metal.
Agriculture – The Spiritual Sound (The Flenser)

Gli Agriculture sono il più classico dei gruppi che esce per The Flenser, nel senso che sulla carta sarebbero estremi ma prima di entrare in casa si tolgono le scarpe per non rigare il parquet. Fanno blackgaze e il loro debutto del 2023 suona esattamente come potrebbero suggerire queste righe: debole, addomesticato, zuccheroso, con quella fragilità melodica e timbrica a uso e consumo del pubblico terminally online che non ha altro termometro emotivo al di fuori dei feels da sfigat*. Giusto a inizio ottobre è uscito il secondo lavoro The Spiritual Sound, ed è un album che fa incazzare: non soltanto perché non è riuscito, ma perché si tocca con mano quanto gli Agriculture potrebbero fare qualcosa di creativo e intenso e quanto invece sguazzano allegramente accontentandosi di tirare fuori musica per quelli che comprano ogni ristampa in vinile colorato di Deathconsciousness. Prendete la My Garden in apertura: parte con ‘sto riff di basso da Swans prima maniera, si evolve immediatamente in una sfuriata sparata a mille (con pure assolo slayeriano per gradire), e poi arriva la strofa con riffone groovy iper tamarro che sfuma progressivamente in ambienti più dissonanti e voivodiani. Sembra andare tutto a meraviglia ma poi, dal nulla, a 2:00 arriva un ritornello con voce in clean che sembra partorito dai The Pains of Being Pure at Heart, che oltre a essere ridicolo in sé non c’entra nemmeno nulla con il resto del brano. Questa ambivalenza del tipo potrei, ma non voglio imperversa per tutto l’ascolto, con pezzi più duri e sperimentali che si succedono senza criterio a brani dalla sensibilità pop appiccicaticcia e viceversa – vedasi Micah (5:15am) e The Weight; o Serenity e Dan’s Love Song. Il momento più frustrante si ha però con Bodhidharma, che non sa se puntare al blackgaze puro e semplice, se invece accarezzare l’ascoltatore con aperture dream pop, o piuttosto se rimuginare in esperimenti solipsistici da qualche parte tra i Khanate, gli Harvey Milk e il DSBM: in questo pezzo convivono, facendo a cazzotti, almeno tre brani diversi, ognuno con un’anima diversa, e ognuno interpretato con un’efficacia diversa. È chiaro che gli Agriculture non hanno ancora l’acume per fondere in maniera organica e creativa queste influenze, ma se decidessero di suonare soltanto in uno di questi stili potrebbero realizzare grandi cose (o, se facessero la scelta sbagliata, potremmo perlomeno archiviarli definitivamente). Che volete fare della vostra vita, ragazzi?
The Callous Daoboys – I Don’t Want to See You in Heaven (MNRK Heavy)

I Callous Daoboys calcano le scene da una decina d’anni suonando una forma particolarmente schizofrenica di mathcore. Se però nei momenti più estremi la loro musica paga da sempre un evidente debito stilistico con gente come Dillinger Escape Plan e Converge – come più o meno chiunque abbia suonato mathcore dopo il 2004, del resto – il modo in cui i Callous Daoboys giocano con hook melodici, sezioni strumentali meno feroci e parti vocali in clean palesa invece una certa influenza nu metal. Nei primi due dischi, questo influsso si era sublimato in un approccio piuttosto bislacco ed eccentrico che, più che ai Korn o ai System of a Down, faceva pensare addirittura alla scena sasscore; invece, su quest’ultimo I Don’t Want to See You in Heaven l’ispirazione nu metal emerge purtroppo con prepotenza e senza alcun filtro. Il problema ovviamente non è il nu metal in sé, che anzi ci piace e ci diverte, ma il fatto che la band nu metal che i Callous Daoboys ricordano maggiormente sono i primi Linkin Park – dio bastardo. È triste constatare che la ruota del tempo abbia girato abbastanza a lungo da condurci infine a una disperante epoca storica per cui i Linkin Park non sono più un ascolto giovanile da rinnegare con imbarazzo, ma un’influenza da dichiarare con orgoglio; ma è ancora più deprimente ascoltare roba come Two-Headed Trout o Distracted by the Mona Lisa e trovare effettivamente l’eclatante influsso di Hybrid Theory e di Meteora. E anche quando i Callous Daoboys utilizzano soluzioni meno comuni come l’elettronica, il violino e il sax su Body Horror for Birds, il loro modo di intendere la musica pare sempre estremamente pop e adolescenziale, con questo gusto per il ritornello a presa rapida che li porta spesso e volentieri a due passi dagli Sleep Token o dai Fall Out Boy. Ogni tanto provano ad alzare i giri e a far tornare in auge i paragoni con gruppi più giusti, ma non basta di certo diluire qualche scream e qualche breakdown più feroce in questo mare di melassa per poterci fregare.
Coroner – Dissonance Theory (Century Media)

Se vi piace il metal estremo e non sapete chi sono i Coroner, il consiglio più onesto che posso darvi è di chiudere immediatamente questa pagina e andarvi ad ascoltare No More Color, Mental Vortex e soprattutto Grin seduta stante. Se invece (come me) già li adorate potreste comunque essere sorpresi nell’incappare in un disco dei Coroner nel 2025 – io stesso ho scoperto dell’uscita di questo Dissonance Theory per puro caso, girovagando su RateYourMusic a tempo perso. Ovviamente mi approccio sempre all’ascolto di questi comeback album con un quintale di pregiudizi, aspettandomi una versione invecchiata dei propri classici fatta di autoplagi e diluizioni; ma in questo caso sono stato genuinamente sorpreso – seppur in negativo. I Coroner sono sempre stati una band che suonava soltanto come se stessa, in praticamente ogni capitolo della loro immacolata discografia classica; pertanto, pure nell’ipotesi di una copia sbiadita dei loro classici, sarebbe stato comunque lecito aspettarsi un album dal sound caratteristicamente Coroner. Invece, Dissonance Theory non si limita a essere peggio di tutti i dischi precedenti: è anche il loro album più anonimo. Ogni elemento contribuisce ad avvicinare i Coroner di questo lavoro a un qualsiasi altro gruppo di thrash metal tecnico uscito da Century Media o Nuclear Blast negli ultimi anni: la produzione iper compressa, la prevedibilità delle parti di batteria, la genericità dei riff, le transizioni ovvie verso le sezioni solistiche dal sapore neoclassico. Se non ci fosse l’inconfondibile voce di Ron Royce (e qualche pigro arrangiamento di tastiera qua e là), si penserebbe più a un gruppo emergente particolarmente in fissa con Enemy of God dei Kreator che non al ritorno di una band che della sua visione obliqua verso il thrash metal ha fatto un marchio di fabbrica. Qualche momento ancora ricorda che, per quanto attempata, questa è la stessa band di trenta/quaranta anni fa – cfr. il riff di Consequence che pare un rimaneggiamento di Status: Still Thinking; o la sinistra parentesi atmosferica che degenera in un breakdown rovinoso su Cirsium Bond; ma, complessivamente, è davvero troppo poco.
Deafheaven – Lonely People With Power (Roadrunner)

Per i Deafheaven provo una disistima intellettuale profonda come le radici delle montagne e vasta come le distese oceaniche. La loro commistione di black metal e shoegaze è modaiola, posticcia, slavata, paracula: è un’opinione che ho maturato già dal primo ascolto di Sunbather, nel 2014, e che ha sempre trovato nuove forza e conferme nel prosieguo della loro carriera. Ai tempi, ero anzi convintissimo che l’hype si sarebbe presto sgonfiato, che il mondo avrebbe infine convenuto che i Deafheaven fossero stati soltanto un abbaglio collettivo, e coloro che avevano smascherato l’inganno in diretta sarebbero stati salutati come illuminati. Flash-forward al 2025 e i Deafheaven sono uno dei nomi di punta del panorama blackgaze mentre Lonely People With Power è uno dei dischi metal più celebrati dell’anno: quanto non ci ho capito un cazzo.
Se un merito va riconosciuto a questo album, è che segna il momento in cui i Deafheaven hanno finalmente realizzato due grandi verità. La prima è che non sono mai stati capaci di rendere interessanti brani di dieci minuti e rotti per tutta la loro durata (illuminazione in realtà già raggiunta con il precedente Infinite Granite). La seconda è che, se come gruppo black metal possono essere a tratti passabili, come gruppo dream pop/shoegaze invece suscitano al più imbarazzo vicario (motivo per cui Infinite Granite rimaneva comunque una porcheria raggelante). Lonely People With Power è infatti l’album più diretto e privo di fronzoli dei Deafheaven e insieme quello più consistentemente estremo: gli influssi shoegaze/post-rock/screamo/indie sono stati finalmente assorbiti dentro il sound black metal anziché lasciati liberi di galleggiare in minuti di nulla per allungare la durata dei brani (anche se il vizio riaffiora parzialmente nei tre interludi Incidental). Per la prima volta, ascoltando la loro musica, non ci si trova a pensare soltanto a una versione dei Krallice con i glitter ma addirittura a gruppi come gli Enslaved di Below the Lights (cfr. Magnolia o Revelator). Purtroppo per i Deafheaven, però, la qualità della loro scrittura è ancora manchevole, il loro senso della melodia è ancora pacchiano, e hanno ancora soltanto un’unica idea striminzita su come sviluppare l’arco narrativo di un brano che viene ripetuta per tutta la scaletta – il che è un difetto gravissimo per un album che dura un’ora. Tuttavia, Lonely People With Power rimane un concreto candidato alla palma di miglior lavoro nella loro discografia, almeno finora: dai che magari in altri dieci anni tirano fuori qualcosa di buono.
Neptunian Maximalism – Le sacre du soleil invaincu (I, Voidhanger)

Le produzioni I, Voidhanger sono principalmente rivolte a una nicchia nella nicchia, ovvero quegli appassionati irriducibili che amano un certo tipo metal ben radicato nel mondo black/death e ammantato di un’aura esoterica spinta al parossismo, ma anche soggetto a sperimentazioni bislacche e contaminazioni assurde. L’ovvio corollario è che tipicamente le uscite I, Voidhanger ce le caghiamo in quattro.
In questo senso, i Neptunian Maximalism rappresentano un’eccezione peculiare: da quando è stato pubblicato nel 2020, il loro Éons è stabilmente l’album che ha avuto il riscontro di pubblico e critica più trasversale tra quelli nel catalogo dell’etichetta. Merito non soltanto di un sound radicato, per una volta, più nel drone metal à la Boris e Sunn O))), ma anche di uno stuolo di influenze extra-metal particolarmente hip, con riferimenti ovvi al jazz cosmico di Sun Ra, alla psichedelia in senso lato, ai raga indiani e alla tribal ambient. È musica costruita sovrapponendo e associando stereotipi e cliché in serie, ma visto che sono tanti cliché di tanti generi diversi il lavoro dei Neptunian Maximalism appare più profondo di quanto non sia davvero, venendo esaltato ben oltre i suoi meriti. Con la pubblicazione di questo Le sacre du soleil invaincu, le cose non sono cambiate granché. Stavolta, ci vengono offerte rivisitazioni poco ortodosse di tre classici raga hindustani – Raga Marwa, Raga Todi e Raga Bairagi – che qui diventano delle jam sterminate di raga rock psichedelico, più vicino ai Bardo Pond che non al krautrock. Dopo minuti e minuti della stessa figura ribadita ostinatamente, esce fuori una sezione doom metal che a sua volta viene ripetuta ad lib, e così via per circa cento minuti di album, in un crescendo inesorabile: non esattamente una commistione di generi matura e riuscita. Per nobilitare concettualmente una musica tanto statica, i Neptunian Maximalism hanno pure cercato di ammantare di un’aura spirituale e ascetica il fatto che Le sacre du soleil invictu sia stato registrato in una chiesa a Londra, durante quattro giorni di prove. Per darvi idea di quanto si prendono tragicamente sul serio, sulla loro pagina Bandcamp questa informazione è venduta al lettore così: «NNMM undertook a residency in the church, forming an unusual yet profound bond with its architecture and the history and energy it held within. In this space, they morphed into a new entity». Ma vergognatevi.
Weeping Sores – The Convalescence Agonies (I, Voidhanger)

Solitamente la I, Voidhanger licenzia gruppi dalla statura molto piccola, fatti da persone che sono ben lontane dall’essere affermate e che spesso proprio per i propri scarsi mezzi a disposizione non sfondano le barriere dell’amatorialità. I Weeping Sores rappresentano invece un’anomalia perché sono a tutti gli effetti un progetto parallelo di Doug Moore e Steve Schwegler dei Pyrrhon, che nell’ultimo decennio si sono ritagliati un posto di rilievo nel panorama death metal (noi stessi abbiamo celebrato l’anno scorso il loro ultimo album Exhaust). Il progetto Weeping Sores è stato varato mentre i Pyrrhon raccoglievano il plauso per The Mother of Virtues e ha esordito nel 2019 con False Confession, un album che sostanzialmente offriva un’interpretazione più evoluta del death doom metal anni Novanta. Nonostante però la presenza di Gina Eygenhuysen a raddoppiare le linee di chitarra con il suo violino, la musica di quel debutto non suonava struggente quanto le emanazioni più gotiche del genere; al contempo, la componente melodica così pronunciata impediva ai brani di suonare asfissianti quanto i migliori Asphyx, Autopsy o diSEMBOWELMENT.
Questo secondo The Convalescence Agonies, se possibile, fa ancora peggio e suona pure più vapido di False Confession. Non c’è più il violino di Eygenhuysen; al suo posto, si possono ascoltare i contributi delle tastiere di Brendon Randall-Myers (degli Scarcity) e del violoncello di Annie Blythe – che questa volta viene usato però con molta più parsimonia. Alla componente puramente death doom del sound dei Weeping Sores è lasciato quindi molto più spazio, mettendo così a nudo l’approccio piuttosto conservatore nella scrittura dei brani e la povertà di idee per quanto riguarda il loro sviluppo. Oltretutto, l’infelice scelta di optare per una produzione tanto flebile e ovattata non valorizza nemmeno i pochi punti di forza del disco come il batterismo tentacolare di Schwegler e il bizzarro connubio tra old school e modernità di alcuni fraseggi di chitarra. Ai tempi di False Confession, Moore aveva dichiarato esplicitamente di voler evitare la teatralità enfatica dei My Dying Bride; eppure farebbe bene a guardare ai loro dischi anni Novanta per capire come esprimere un suono intenso, doloroso e sofisticato contemporaneamente. Allo stato attuale delle cose, la musica dei Weeping Sores è solamente noiosa.

