Lo scorso 8 febbraio c’è stata la finale della NFL 2025 statunitense – chiamata comunemente Super Bowl – che come al solito contiene un imponente spettacolo durante l’intervallo, in cui si esibiscono una o più popstar e che immancabilmente suscita grande interesse, fa grandi numeri, e finisce spesso per avere un qualche tipo di rilevanza sociale. L’anno scorso lo fece Kendrick Lamar, quest’anno è stato il turno di Benito Ocasio aka Bad Bunny, star portoricana alfiere di un ormai onnipresente mix di trap e reggaeton dal sapore latinoamericano. Come prevedibile, la performance di un artista molto fiero delle sue radici, e determinato da tempo a farsi portavoce di messaggi sulla rappresentazione delle minoranze dell’America meridionale, è stata totalmente incentrata sulla celebrazione di quei popoli. Svoltasi interamente in lingua spagnola, durante i brani Bad Bunny ha interagito con un’esuberante raccolta di scenette contenenti tropi della cultura latinoamericana, per poi finire con un god bless America che ristabilisce giustamente il significato del termine, incorporando tutte le popolazioni del sud e rappresentando il continente nella sua completezza.
Prima di andare avanti ed esprimere un qualsiasi giudizio di valore, è d’uopo buttar giù al volo qualche considerazione accessoria per delineare i confini delle opinioni dalle quali parto. Bad Bunny è un artista che tutto sommato rispetto, specie negli ultimi anni. Ovviamente non sono un patito di reggaeton, ma trovo che la sua delivery sia davvero curata, e che il suo ultimo disco, sebbene il piglio danzereccio e festaiolo finisca inevitabilmente per annoiarmi, abbia un sound raffinato e delle buone influenze. Gli USA, invece, non mi piacciono granché – specialmente a livello sociale. Le gigantesche contraddizioni e isterie insite nella cultura statunitense sono state e continuano ad essere carburante per la creatività di grandi artisti, ma la loro supremazia culturale sta a mio avviso minando la profondità del dialogo globale, soprattutto sui social media. È un discorso complesso, che di certo non affronterò ora, anche perché la solita strumentalizzazione di questo Halftime Show è uno dei suoi aspetti meno interessanti.
Ovviamente, l’intera performance è stata pensata fin dall’inizio per essere un potente statement: Bad Bunny vuole urlare alla nazione “noi latinos siamo qua, siamo importanti, abbiamo aiutato a plasmare la cultura di questo paese e dunque meritiamo rispetto e riconoscimento”. E com’è naturale, in uno dei periodi di maggiore divisione politica un tale show non poteva andar giù a tutta la base MAGA devotissima al presidente Trump. Come nei migliori teenage movie di fine millennio, dove gli emarginati organizzavano un altro ballo di fine anno, i repubblicani hanno tirato su un’esibizione alternativa decisamente white trash, chiamando Kid Rock e altre star del country e del rock da boomer. Prevedibilmente, il risultato è stato più che patetico; anche i loro inviti a boicottare la performance “ufficiale” non devono aver sortito grande effetto, considerando che questo è stato l’halftime show più visto di sempre. Siamo di fronte all’ennesimo, vistosissimo segnale di come gli USA siano un paese fratturato e incongruente: delle elezioni vinte da un partito repubblicano sempre più estremista e bigotto, un presidente-pagliaccio che resiste al potere nonostante gli infiniti scandali, e al contempo delle megalopoli capaci di eleggere un sindaco musulmano che possiamo definire (con un po’ di fantasia) socialdemocratico.
Artisticamente, una cultura di massa dominata da ideali di giustizia sociale di sinistra, che però si intersecano problematicamente con la hustle culture tipica di un paese profondamente capitalista; come se ciò non bastasse, gli accenti più retrogradi di questa cultura sono costituiti in larga parte da retaggi del machismo tossico purtroppo insito nelle comunità afroamericane – pernicioso risultato di decenni di ghettizzazione e discriminazioni di vario tipo da parte di chi la culture war l’ha ormai persa da anni. Un vero e proprio shitshow, direbbero là.
In questo caos, dove si colloca la performance di Bad Bunny? Nel suo insieme, il segnale che ha dato è senza dubbio positivo, ma ci sono alcuni aspetti interessanti da affrontare. Iniziamo col dire che gli Stati Uniti sono il paese occidentale che più ha perfezionato il concetto di show. Per loro l’intrattenimento è vita, e col tempo ha permeato ogni singolo aspetto della società: fanno spettacoli pirotecnici nelle chiese, nelle fiere d’armi, gli eventi sportivi hanno mascotte e giochi a premi e alcuni di essi, come le partite di baseball, li definirei piuttosto noiosi se non vissuti nel loro contesto di esperienza d’intrattenimento a 360 gradi. Pertanto, nel criticare un halftime show americano occorre necessariamente partire dalla consapevolezza che in Italia non può esistere uno spettacolo di questa magnitudine e con questa attenzione al dettaglio, con performer così rodati e un’orchestrazione generale tanto precisa.
L’idea cardine di Bad Bunny e il suo team era quella della rappresentazione, e l’esibizione doveva pertanto essere simultaneamente fresca, per celebrare una cultura al di fuori di quella dominante nel paese, e relatable, per far passare il messaggio che gli Stati Uniti sono, nel loro carattere multietnico, comunque una grande nazione a cui tutti questi popoli tengono. A livello artistico, la sintesi di queste due intenzioni finisce inevitabilmente per sembrare un po’ trita. Ciò non è imputabile alla caratura di Benito Ocasio come artista: tanti altri musicisti e showman hanno provato a fare la stessa identica cosa negli anni, rimarcando sempre i tratti esplosivi e festaioli della cultura latinoamericana.
Dopotutto, quelle sono le caratteristiche verso cui sarebbe più strano assumere un atteggiamento negativo – a chi non piace un impulso vitale che si traduce in ritmo trascinante, allegria e danza appassionata? Il problema è che, a livello tematico, l’incanalamento a fini politici di queste caratteristiche finisce sempre per essere un po’ kitsch. In The Offense of the Drum, bellissimo disco di jazz afro-cubano registrato dal bandleader Arturo O’Farrill, il brano They Came si propone di fare la stessa identica cosa: esaltare la cultura latinoamericana sottolineando i molteplici contributi di questi popoli, facendo coalescere ritmiche e arrangiamenti sudamericani con turntablism e recitativi hip hop. Anche nel contesto di un artista incredibile e di un’idea nobile, l’unione di elementi così ingombranti suona caricaturale e, man mano che passa il tempo, ad ogni nuova iterazione questa commistione sempre uguale invecchia peggio. Prima di lui c’era il musical In the Heights di Lin-Manuel Miranda, che nel 2021 è stato adattato in un film dallo stesso nome; privo della caratura artistica di un grande jazzista, questo mondo fatto di sagge abuelite, famiglie indissolubili e danze nella povertà stride ancora di più.
Il punto a cui voglio arrivare è che, nel tentativo di far arrivare la propria voce a una fetta sempre più grande di persone, o si sceglie di dare un forte shock oppure non ci si può permettere di essere bidimensionali. Mi rendo conto che ottenere tridimensionalità nel contesto di uno spettacolo di 13 minuti, o dare scossoni in un evento così imbrigliato da interessi economici, siano entrambe strade estremamente difficili; ma sono forse occasioni del genere che generano i segnali di opposizione allo status quo più significativi.
Molti momenti di questo halftime show si rifanno a immagini viste mille volte, e non riescono a dar loro la giusta dimensione di rivalsa. Anche la scelta di incorporare Lady Gaga, che canta un brano scritto insieme a Bruno Mars (anche lui in parte portoricano di origine) non funziona granché, stavolta per motivi prettamente musicali: quella cialtrona canta nell’unico modo in cui sa cantare, senza adattarsi minimamente agli schemi ritmici e all’arrangiamento tipicamente latino in cui sarebbe dovuta essere riadattata la canzone, e il risultato è quasi alienante. Altre idee sono invece assai più riuscite, come l’incorporazione progressiva di tutte le influenze sudamericane che hanno preso d’assalto nei decenni il mercato discografico americano e mondiale, dal reggaeton primigenio di Gasolina al cantato tipicamente latin pop di Ricky Martin. Dichiarazioni come queste, unite alla splendida idea di condurre l’intero spettacolo unicamente in lingua spagnola, sono il modo migliore di far passare il messaggio desiderato: si pone lo spettatore di fronte a un’evidenza priva di retorica, potentissima perché assolutamente palese e immediata, un dato di fatto dal quale non ci si può sottrarre.
Le scelte di Bad Bunny sortiscono quindi risultati alterni, e dimostrano da una parte come le dinamiche di potere nel mainstream americano stiano cambiando, dall’altra come certe problematiche rimangano sempre le stesse. La creatività di artisti in potenza interessanti soffrirà sempre una scialbezza di fondo se non si chiede di più a sé stessi e al pubblico, se non si rifuggono soluzioni facili e compromessi in favore di altre strade, forse meno immediatamente comprensibili, ma che susciterebbero senza dubbio un dialogo più stimolante per tutti. Nell’epoca della post-verità, dove anche evidenze oggettive vengono coscientemente ignorate da una larga fetta della popolazione, che senso hanno le mezze misure?
