RAJA KIRIK – SENGKALA

Yes No Wave

2026

Post-Industrial

7

C’è poco da fare: la grande macchina del capitale, per quanto messa costantemente alla prova da guerre, crisi, rivoluzioni geopolitiche, rimane il grande attrattore della storia. La sua caratteristica di base, come dicono quelli antipatici, è macchinica, la sua geografia privilegiata rimane, oggi come allora, la metropoli. E tutte le realtà che diventano grandi, prima o poi ci si scontrano. 

E a scontrarsi con la metropoli questa volta sono i nostri affezionatissimi Raja Kirik, di cui abbiamo già recensito entusiasticamente la meravigliosa Phantasmagoria of Jathilan e che seguiamo quindi da qualche anno. Per un’escursione dettagliata vi rimando alla recensione, ma vi basti sapere che il materiale umano è composto da questo duo indonesiano impegnato in un lungo progetto di decolonizzazione della cultura giavanese tramite l’uso di danze tradizionali popolari come appunto il Jathilan o il Kuda lumping e la distorsione delle stesse con il classico armamentario post-industriale elettronico oscurello. Non è un caso che abbiano pubblicato, tra le altre, con Nyege Nyege o PAN. Oggi li ritroviamo con Yes No Wave per un disco molto più agglomerato alle sensibilità occidentali, quantomeno in superficie. 

Sengkala, infatti, ha un progetto ben preciso. I Raja Kirik vogliono rappresentare il teatro dell’oppressione contemporanea generalizzata (globalizzata, algoritmica) e allo stesso tempo tenere sottotraccia una serie di indicatori dell’oppressione specifica che gli olandesi hanno operato sui giavanesi tramite il cultuurstelsel e le sue forme di lavoro forzato. L’obiettivo dichiarato è quello di far vibrare parte della semantica musicale tipica dei giavanesi di quel periodo con i suoni che sono più facili da associare al mondo contemporaneo e alla sua componente post-industriale. È chiaro che oltre alla massa metallica di musica sferragliante che arriva in cuffia, lo statement dei Raja Kirik è in quei passaggi che fanno da controspinta, e che rappresentano il vigore della resistenza giavanese come correlativo oggettivo della resistenza tout court

Ma quindi, come suona questo contrasto? Ci sono momenti ad alta e bassa attivazione nel corso del disco (vedi la carica di sintetizzatori in Getih Pambrontak immediatamente seguita dalla sound art sdrucciolevole di The Phantom of Kris) a formare un pacchetto completo e variegato, che comprende fortissime divagazioni della dark ambient più cattiva a firma Yennu Ariendra e un accompagnamento generale di strumenti artigianali non meglio specificati suonati da J Mo’ong Santosa Pribadi che fanno parte del classico armamentario gamelan. Il tema della resistenza viene affrontato in maniera sfumata e colloidale, spesso in fusione con le percussioni noise che simboleggiano l’oppressione contemporanea. A volte Pribadi infila dei chop di suling e siter (immagino?), altre volte è la pura ritmica del pezzo a fare le veci delle danze rituali nella filigrana macchinica impostata da Ariendra. In tutti i casi, però, l’impressione è quella di una vittoria totale della sezione elettronica, che sintetizza i suoni organici messi in campo da Pribadi, ne soffoca gli assoli con il suo mix rumorosissimo (Gunung, Stone Crusher), divora tutto con cassa iper-ampata e sampling stridenti (Cultuurstelsel). Il risultato è proprio quello di lasciare alla componente etnica un ruolo prettamente fantasmatico, castrato – oppresso, direi. E l’effetto sonoro, di fatto, è quello di un disco industriale bello graffiante con qualche ricordo giavanese tra le sue pieghe. Meravigliosamente coerente dopo aver letto il presskit, un po’ compresso dal punto di vista puramente musicale.

Il disco ci piace. Ci piace perché il lavoro in produzione di Ariendra è come sempre devastante e sta in cima al campionato dei grandissimi della dark ambient. Ci piace anche perché ascoltarlo, studiarlo, e sentirne le filigrane è un’operazione che arricchisce, diverte e fa riflettere. Manca, sicuramente, quella scintilla che faceva chiudere l’ascolto della phantasmagoria a bocca aperta. Ma per chi trova pace tra le fiamme dei Takkak Takkak, i labirinti di Darja Kazimira, o anche i rumori roboanti di Pollution Opera, questa uscita non potrà che aggiungersi all’album di famiglia. La sensazione post-industrial dell’anno, per ora, è questa qui. I Raja Kirik del resto sanno tenere la barra a dritta, e il prossimo groundbreaker è dietro l’angolo.

Resta qualche riflessione sul tema portato in campo. Nel presskit si dice che Sengkala vuole anche mettere in campo un discorso sulla memoria come place of healing. Specificamente, uno spazio che riesca a resistere all’oblio. Io penso che questo obiettivo non venga raggiunto dal disco, e il fatto che la cupa atmosfera post-industrial fagociti così tanto la componente presa in prestito dagli oppressi della cultuurstelsel mi sembra un punto a sfavore di questo programma, per quanto dolorosamente congruente. Mi chiedo quale sarebbe stato, quindi, il modo migliore di far risuonare quella musica in questo campo estetico macchinico e infestante. Non ho una risposta (e non sono un artista), ma porsi la domanda è un buon modo per incoraggiare quelle stesse riflessioni che non sono potute nascere nel rapportarsi con il puro materiale sonoro. Vi invito a farvi un bagno in questo rumore, e ad uscirne anche voi con qualche pensiero in più.

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Alessandro Corona Mendozza
Alessandro Corona Mendozza