LAUSSE THE CAT – THE MOCKING STARS

n/a

2025

Jazz Rap, Downtempo

7

Immaginate: è una tiepida mattina autunnale dove non dovete fare granché – un weekend per chi lavora, un giorno come un altro per i disoccupati. Tirate faticosamente via le coperte, versate qualcosa di caldo in una tazza e vi sedete al pc con gli occhi che ancora pizzicano. Da giovane, la maggior parte delle mie giornate iniziava così, e adesso che ho guadagnato una piccola pausa dalla rat race sto riscoprendo il piacere di questo ozioso paio d’ore; nel contesto, un disco con le vibes giuste può rivelarsi davvero prezioso. Quando andavo all’università, potevo zompare sul bus delle 7.10 caricato a molla dai Dead Kennedys o lobotomizzato dai Neurosis, ma nel comfort di casa mia, ancora in pigiama, ho sempre avuto abbastanza problemi a mettere su qualcosa di abrasivo o troppo scuro come primo ascolto della giornata: i mixtape degli Avalanches e di Breakbot, un bel disco di soul morbido o qualche beat hip hop tranquillo fungono invece da collante perfetto per diradare dolcemente le nebbie del mondo onirico.

A questo proposito, The Mocking Stars di Lausse The Cat adempie perfettamente questa funzione. Portando avanti la gimmick fiabesca del precedente EP The Girl, the Cat and the Tree, il rapper londinese imbastisce un nuovo concept album che trae ispirazione da classici immaginari fantastici (principalmente Alice nel paese delle meraviglie, ma anche lo sci-fi colorato di Cowboy Bebop) per trotterellare via dalle responsabilità della vita quotidiana. The Mocking Stars funziona nettamente meglio del lavoro precedente, principalmente perché Lausse ha avuto la buona idea di ammorbidire sensibilmente il rapping angolare proprio di molto hip hop britannico, preferendogli uno stile più narrativo e pacato che si addice molto di più alle atmosfere che vuole dipingere. Anche la produzione è affrontata in maniera intelligente, sfruttando la morbidezza di bossa nova, jazz rap lo-fi e downtempo e utilizzando timbriche calde e pastose, arrivando così a un sound avvolgente che smorza i cambi strutturali nelle varie tracce, facendole fluire organicamente e tirandoti dentro al suo mondo senza scossoni. Nonostante la tenerezza del concept e di molte influenze, Lausse riesce ad alternare efficacemente momenti leggeri a immagini più scure, persino cruente, come gli scenari apocalittici della title track, il cui crescendo narrativo iniziale sfocia poi in un rapping poliedrico che alterna metriche tradizionali a sghembe filastrocche. Questi 11 minuti rappresentano l’esperimento più interessante dell’intero disco, soprattutto per come viene gestita la grande varietà strutturale al suo interno: un tappeto di sintetizzatori lo-fi accompagna lo storytelling iniziale, supportato nel suo climax da pattern di drum machine che si fanno man mano più acidi, per poi cedere improvvisamente il posto a emotivi arrangiamenti di archi a dissipare la tensione; il loro successivo dialogare con nuovi arpeggi di synth, più esili e brillanti, riflettono lo scambio tra il felino protagonista e le stelle che lo scherniscono. Degne di nota anche le atmosfere sognanti dell’introduzione (Blue Bossa), l’esuberanza bambinesca di Space Cade Cat e i toni dolci a ritmo di valzer di Moonlight Waltz, che tengono viva l’attenzione in un progetto la cui spiccata morbidezza rischierebbe di far assopire. Guardando al disco nel suo insieme, una comparazione che mi viene subito in mente è con Nujabes, non tanto per il sound ma per certe armonie che vengono fuori da questa declinazione del jazz rap. Il famosissimo beatmaker giapponese fa meglio alcune cose, ma rimane indietro in altre: se da una parte il suo beatmaking è un po’ più eclettico, almeno in termini di sampling, dall’altra trovo il lavoro di Lausse più ambizioso, e che la produzione più corposa si addica meglio a questo genere di musica.

Ora, per quanti conigli vengano tirati fuori dal cappello, è indubbio che album così possano stancare facilmente, ed esteticamente parlando è difficile non trovarli un poco kitsch; tuttavia se le idee musicali al suo interno sono valide, e se l’artista si dimostra capace di saper giocare bene con la dimensione tematica scelta, il risultato può essere assolutamente godibile. Esempio perfetto è The Much Much How How and I, disco di pop barocco uscito qualche anno fa e apprezzato da tutti noi in redazione; il piglio da cappellaio matto di Cosmo Sheldrake non è di facile digestione, ma anche in quel caso un piccolo sforzo schiude le porte di un pop cameristico squisito, con al suo interno alcuni dei brani meglio riusciti dell’intero anno. The Mocking Stars forse non arriva a quelle vette, ma non fa male sapersi togliere la corazza inscalfibile da cavalieri del buon gusto e accettare qualche ingenuità, qualche momento imbarazzante, per farsi toccare dall’estro espressivo di un nuovo artista. 

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David Cappuccini
David Cappuccini