THE MESSTHETICS AND JAMES BRANDON LEWIS – DEFACE THE CURRENCY

Impulse!

2026

Jazz Rock

5

I Messthetics sono un’entità in attività ormai da una decina d’anni, e anche se non ce ne siamo mai occupati è ben possibile che li abbiate già incrociati per conto vostro: sono un trio formato dal chitarrista jazz Anthony Pirog insieme a Joe Lally e Brendan Canty, passati alla storia rispettivamente come bassista e come batterista nei leggendari Fugazi. Dall’altra parte dello spettro, c’è invece il sassofonista James Brandon Lewis, uno dei nomi di punta dell’attuale scena post-bop americana. I suoi esordi in veste di leader risalgono a una dozzina d’anni fa, ma soltanto nell’ultimo lustro il suo nome ha cominciato a circolare davvero tra gli addetti ai lavori grazie ai dischi incisi con il quintetto Red Lily e in particolare all’ottimo Jesup Wagon, che nel 2021 riscosse giustamente un certo successo presso la stampa specializzata. È stato proprio con Jesup Wagon che ho conosciuto Lewis ed è da allora che ne seguo le gesta con molto interesse: anche l’anno scorso il buon Abstraction Is Deliverance si era meritato un posto nelle nostre playlist dei brani migliori dell’anno.

Quando Lewis e i Messthetics hanno cominciato a collaborare, io avevo già smesso di essere interessato alla produzione dei secondi, stomacato dal loro impianto rockista che, più che a una versione jazzcore dei Fugazi o a roba eccentrica del catalogo Dischord come i Nation of Ulysses, li faceva assomigliare ai Rush anni Novanta e alle più recenti band hard/prog. Anzi, si può dire che l’unico motivo per cui, nell’anno domini 2026, seguo ancora con curiosità le nuove uscite dei Messthetics è proprio perché adesso lavorano stabilmente con Lewis.

Tuttavia, nemmeno quanto mostrato finora dalla loro collaborazione si è rivelato particolarmente illuminante. Il loro primo brano registrato insieme (Fear Not, da Eye of I del 2023), pur essendo forse il momento migliore di un album altrimenti bruttino, non era assolutamente ai livelli esaltanti del resto della produzione di Lewis. Anche l’esordio ufficiale per Impulse!, intitolato semplicemente The Messthetics and James Brandon Lewis, risentiva ancora dei limiti di esecuzione e scrittura mostrati dai Messthetics nei loro album in proprio, ma il tono potente e sicuro di Lewis permetteva al quartetto di evadere da una dimensione eccessivamente squadrata: era un pregio particolarmente evidente nei momenti in cui Pirog rinunciava a ogni pretesa di leadership, accontentandosi di colorare gli assoli del sax ribadendo la progressione armonica con accordi sullo sfondo. Rimanevano ancora molte perplessità — come, per esempio, il fatto che Lally e Canty apparivano piuttosto inadeguati in un contesto jazz rock — ma il risultato complessivo poteva ritenersi comunque, per la prima volta nell’avventura dei Messthetics, sommariamente soddisfacente.

Questo nuovo Deface the Currency sembra però indicare che i limiti mostrati su The Messthetics and James Brandon Lewis non fossero soltanto le imperfezioni di un gruppo ancora in fase di esplorazione, quanto invece difetti endemici della sensibilità e dell’estetica dell’intero progetto. La musica di Deface the Currency abita la stessa dimensione delle jam amatoriali tra amici negli scantinati: praticamente ogni brano prende piede da un’unica idea principale (un riff, una figura melodica, un tema) che viene poi stiracchiata artificialmente tramite l’improvvisazione, per arrivare a una durata compresa tra i quattro e i sei minuti. Tuttavia, nessuno in questo quartetto pare davvero avere idea di cosa significhi improvvisare, e quindi tutto si risolve accatastando assoli di chitarra e di sax gli uni sugli altri mentre l’idea di partenza viene ripresentata e ribadita occasionalmente lungo il pezzo per scandirne l’andamento e separare un assolo dall’altro: il caso più eclatante in questo senso è Clutch, che è niente più della versione Temu degli Electric Masada, ma è in generale un modus operandi ricorrente in tutto il disco.

In un contesto simile, ovviamente, Lally e Canty si distinguono ancora in negativo per come interpretano rigidamente l’andamento dei brani, con prove come Universal Security che sanciscono alcuni dei punti più bassi nella loro discografia; ma pure un musicista più abituato allo scenario jazz come Pirog pare faticare, legato com’è a un eloquio verboso più affine allo stile dei guitar hero che non a quello di chitarristi jazz con maggiore padronanza di dinamiche e timbri (cfr. Rules of the Game). Gli unici momenti del disco in cui Pirog sembra davvero a proprio agio sono nell’arcigna title track, dove i suoi riff in odor di progressive metal si incastrano ottimamente con il fraseggio nervoso e obliquo del sax di Lewis, e nella sezione centrale della conclusiva Serpent Tongue (Slight Return), in cui il suo ovvio amore per Robert Fripp e i King Crimson emerge in tutta la sua nitidezza. Per il resto, solo Lewis sembra davvero consapevole di come muoversi in un ambito tra jazz e rock. Pure in molti dei momenti peggiori di Deface the Currency, gli interventi del suo sassofono riescono a offrire all’ascoltatore qualcosa su cui concentrarsi e danno una ragion d’essere a dei pezzi che altrimenti avrebbero ben poco con cui giustificare la propria esistenza. Come commentava Alessandro in privato: «se togli il sax non sembra nemmeno musica».

Tuttavia, neppure il talento di Lewis basta per spiegare tutto l’hype intorno a questa collaborazione. La formula con cui i Messthetics e Lewis stanno combinando jazz e rock è la più didascalica e ovvia possibile: jam stanche, assoloni di chitarra elettrica, un sassofono ispido, nient’altro. Quel che è peggio, però, è che a loro — per volontà, o per incapacità di andare oltre questo approccio — sembra andare benissimo così, e pure l’accoglienza di pubblico è ben lontana dall’essere tiepida (anche grazie alla distribuzione di un’etichetta storica e grossa come la Impulse!). Se queste sono le premesse, le prospettive future di questa collaborazione appaiono ben poco promettenti.

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Emanuele Pavia
Emanuele Pavia