CONTAINER BRUTTO

I GORILLAZ HANNO ANCORA SENSO DI ESISTERE?

GORILLAZ – THE MOUNTAIN

Kong

2026

Synthpop, Art Pop

3

Partiamo da una semplice premessa: io di questo disco quasi non vorrei parlarne. Un nuovo disco dei Gorillaz, in effetti, potrebbe tranquillamente non essere un argomento di discussione, visto e considerato come tutti quanti gli album di questo moniker siano da più di un decennio assolutamente insalvabili. Ma The Mountain è già ora uno dei dischi più brutti che abbia ascoltato quest’anno, e i motivi della sua bruttezza sono così sfaccettati e molteplici che la voglia di stare a ragionarci su ha la meglio persino sul conato di vomito che mi si agita in gola premendo “play” un’altra volta.

Il primo dei temi tragicomici che questa recensione vuole toccare è quello del fil rouge che attraversa l’album: Jamie Hewlett e Damon Albarn hanno recentemente perso dei parenti, decidono di fare un viaggio in India e, esattamente come la peggior persona che conoscete, ne tornano “profondamente cambiati”. Questo cambiamento è in realtà la solita tiritera new age del samsara presentata nella sua forma più blanda: The Mountain è un campionario di pourparler sul lutto e sulla sua elaborazione che pare uscito da una brutta pubblicità di Taffo. A differenza di quell’altro egomaniaco di Phil Elverum, però, Albarn non ci vuole nemmeno mettere la faccia e parlare di se stesso, delle sue idee, dei suoi ricordi, della sua vita. Questo ci porta al secondo, grande motivo per cui quest’album mi fa inviperire: perché The Mountain esce a nome Gorillaz?

Permettetemi di spiegarmi meglio: i Gorillaz esistono per un motivo ben preciso, ovvero quello di prendere in giro lo star system del pop da classifica e le sue divagazioni più intimiste, capaci di mettere su un piedistallo i suoi protagonisti. Albarn, quando ha messo su il progetto, era ancora il cantante di uno dei gruppi pop più famosi del pianeta: l’idea di usare cartoni animati (uno di loro si chiama letteralmente 2D!) come membri della band poteva essere interpretata solo come un appiattimento, una riduzione della forma sempre più complessa e stancante del personaggio pubblico, come anche della necessità parasociale dei fan di intrufolarsi nella vita di quest’ultimo. Insomma, far tornare il pop a essere un album di figurine, senza alcuna profondità a ostacolarne la leggerezza.

Ecco invece che The Mountain fa il giro e cade nella trappola dell’intimismo: ma ai fan di lunga data come me questo discorso non può convincere, dato che siamo abituati a vedere Murdoc, Noodles, Russell e 2D come personaggi che si muovono in maniera a malapena tangenziale con il nostro mondo; e per i nuovi arrivati, sentire parlare di morte e rinascita per settanta (70!) minuti farebbe sperare in qualcosa di anche solo leggermente più profondo di una pozzanghera a livello di testi e temi, se questo è proprio il concept su cui ci si vuole incaponire. Ma, come già detto, i Gorillaz questa roba non possono farla: verrebbe a mancare il senso fondamentale della band, cioè il mascheramento del personale.

La terrificante pezza che Albarn e Hewlett provano a mettere sopra a questo enorme buco è uno degli aspetti più irritanti di The Mountain, e anche un ottimo gancio per iniziare a parlare della musica contenuta nel disco. Sto parlando dei cameo. Ora, i Gorillaz sono sempre stati un progetto iper collaborativo e variegato, ma The Mountain salta lo squalo quasi immediatamente: il disco è strapieno di cameo postumi (da Dennis Hopper a Tony Allen, da Mark E Smith a Proof, passando per David Jolicoeur) che vengono utilizzati tutti più o meno per lo stesso motivo: martellare l’ascoltatore con il singolo intento di ricordare che hey, questo disco parla di morte, lo sai?

A questo mischione vengono poi aggiunte altre collaborazioni con artisti invece in vita, compresi molti dei quali desidererei raggiungessero la schiera precedente: Black Thought, Johnny Marr, Omar Souleyman, Yasiin Bey, Trueno, gli Sparks, gli IDLES. Risparmio Paul Simonon e Gruff Rhys solo perché gli voglio bene. I Gorillaz dei tempi d’oro erano capaci di calibrare alla perfezione la contaminazione dovuta al turbine di stili dei suoi ospiti: pensate a Feel Good Inc. e a come il rap dei De La Soul si complementi e dia forza al cambio di umore del ritornello proprio in virtù del contrasto tra le due parti. 

Prestando attenzione per dieci secondi a The Mountain ci si rende conto di come l’abilità compositiva di Albarn nel coniugare diversi stili e influenze da tutte le parti del mondo si sia definitivamente prosciugata in un synthpop anemico, che alla meglio è goffamente impacciato e che alla peggio suona come le musichette per bambini che escono dai giocattoli di mia figlia. L’unico collante possibile per tenere in piedi l’ensemble schizofrenico di cui sopra è quindi una manciata di canzonette che non hanno nessun tipo di identità, riuscendo persino a sbiancare acts le cui coordinate sono lontanissime dal soundGorillaz (ascoltate il pezzo con gli IDLES e poi ditemi se ci sentite qualcosa degli IDLES, ecco).

Confesso di avere tenuto per ultimo il punto che mi fa maggiormente montare l’incazzatura, ma solamente perché avevo bisogno di guidarvi in questa discesa nel fiele che mi riempie da quando ho ascoltato questo disco di merda per la prima volta (anche perché mi ero ripromesso di non voler parlare della musica dell’album, visto quanto è irrilevante e innocua). Ma a volte bisogna immergersi del tutto nell’odio e lasciarlo scorrere nelle proprie vene, nerastro e viscoso.


Ho tralasciato che, nel listone di collaboratori che hanno partecipato a The Mountain, c’è anche la crème de la crème della musica tradizionale Hindustani, con in testa il sitar di Anoushka Shankar. Ora, lanciarmi in un discorso sull’orientalismo scomodando i testi di Edward Said mi sembra francamente eccessivo per un prodotto culturale insulso come questo album, ma è allucinante notare come nel disco non ci sia UN momento in cui Albarn si sia domandato se l’utilizzo smodato che fa di sitar, santur, tabla e quant’altro potesse essere visto come una tamarrata imbarazzante. Ingabbiare le forme del raga e del qawwali all’interno degli insulsi pezzi midtempo ballabili è una roba che posso descrivere solamente come una forma di colonialismo musicale che poteva, tra l’altro, essere assolutamente evitato, dato che il gesto non aggiunge assolutamente nulla alla profondità (ricordiamolo, inesistente) del disco. La musica indiana sta lì solo e semplicemente perché fa mistico, trascendente, incomprensibile, proprio come la morte. Solo che invece che essere il piatto principale, è l’insalata di quattro foglie mezze morte messe a fianco al piatto di sbobba che sono le canzoni dei Gorillaz.

Insomma, The Mountain è un fallimento su tutti i piani, e mi auspico che lo sia anche a livello di ricezione da parte del pubblico. Se dovessi trovare un lato positivo a quest’album, direi che è perfetto per fare una cosa sola: permettere a Damon Albarn di chiudere il progetto Gorillaz per sempre, ritirarsi a vita privata e crepare placidamente da solo, possibilmente male. Chissà, magari allora a qualcuno verrà in mente di riprendere questa ciofeca psoriasica di LP, campionare uno dei suoi orribili ritornelli e usarlo ad nauseam in un disco che parla di morte, magari meglio di così.

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Jacopo Norcini Pala
Jacopo Norcini Pala