DUE A TEMA #3 – PASSI INDIETRO

Quelza – Above The Clouds I Finally Found Peace (Ostgut Ton)

Quelza è uno di quei producer che non stanno mai con le mani in mano, e non passa molto tempo senza che compaia una nuova pubblicazione a ridefinire la prospettiva sul suo percorso. In particolare, l’anno scorso ci sembrava di aver assistito a un picco espressivo delle sue potenzialità: Pensa Poetico, uscito per Dekmantel, era un EP ambizioso che trasportava la sapienza techno e breakbeat oltre i confini del dancefloor, per abbracciare una forma progressiva dove ogni brano sembrava animato da una propria narrazione interna. Niente di rivoluzionario, d’accordo, trattandosi sostanzialmente di una rivisitazione moderna degli scenari immaginifici della prima epoca IDM (da Artificial Intelligence in giù); tracciata però con una maestria e un’ispirazione tali da lasciare il segno, insieme al cioccolatino di una title-track che rimane a pieno titolo uno dei pezzi di elettronica più belli del 2025. Above The Clouds I Finally Found Peace è il suo lavoro successivo e stavolta esce per Ostgut Ton, che in quanto braccio discografico del Berghain è un’istituzione della techno più minimale. La direzione che Quelza prende in quest’occasione sembra adattarsi ampiamente al solco stilistico dell’etichetta nei primi tre brani, con tavolozze di ritmi sparsi ma dal battito-guida sempre costante e mirato all’ipnosi danzereccia. I pattern sono dettagliati ma si muovono su binari rigidi, generalmente composti da un’idea fondante per ogni traccia, su cui sintetizzatori ed effettistica stendono giusto uno strato di dinamicità per far continuare la corsa senza troppi attriti. Probabilmente avete incrociato a più riprese musica di questo tipo, che sembra nascere apposta per fare da impalcatura di supporto in qualche mix specializzato; è competente, ha il suo posto nel mondo, ma nell’epoca della bulimia di pubblicazioni è difficile che si distingua all’ascolto. Tuttavia a un certo punto Quelza sembra avere uno scatto, e con la title-track (che a questo punto pensiamo sia il codice con cui designa il proprio materiale migliore) imprime una svolta: fanculo il ritmo a favore di cassa, ora ci fa sentire cosa è capace di fare quando toglie le briglie ai suoi pad. E succede che si mette a dirigerli in figure luccicanti e acrobatiche su uno sfondo ambient tanto semplice quanto incisivo, uscendosene con un pezzo fantasioso che sa del miglior James Holden e dello shoegaze più etereo, spingendoci a pensare: wow! Poi col pezzo in chiusura replica lo stesso canovaccio in versione leggermente meno ispirata, modello fotocopia quando sta finendo il toner, mossa che invece fa dire: mbeh? Il bilancio alla fine è di un EP che si lascia ascoltare, ma senza trasmettere il desiderio di volerne ancora; confrontato con Pensa Poetico, si avverte tutta la differenza tra un risultato solido e uno sorprendente.

Coco Bryce – Labyrinth (Rythmi Tou Kosmou / Myor)

Della nuova generazione di producer che stanno dando corpo a una rinascita della musica jungle, Coco Bryce mi sembra quello che mette maggiormente il divertimento al centro del proprio modus operandi. Ho ascoltato solo una piccola parte della sua nutritissima discografia, ma in ogni occasione non ha mancato di lasciarmi un sorriso durante l’ascolto per le intuizioni smaliziate e l’approccio giocoso; non serve necessariamente cercare l’originalità se il risultato è una gran presa bene. Questa sua recente uscita, però, supera il confine che divide l’allegria cazzona e la banale cialtroneria. L’idea è semplice: prendere tre pezzi, dagli stili diversi tra loro ma comunque orecchiabili, e incastrarli nei pattern ritmici tipici della jungle per ottenere inni da dancefloor facili facili. Non ci si avvicina qui alla sapienza artigiana con cui nei decenni i junglist hanno maneggiato la tecnica del campionamento, perché la fonte audio originale viene mantenuta in gran parte tale e quale, con semplici aggiustamenti di tempo e beat di contorno. Siamo forse nell’alveo del remix, ma anche in questo caso il contributo è ridotto al minimo indispensabile. Lo si sente soprattutto nei primi due pezzi, che partono da materiale distante rispetto alle sonorità elettroniche: Bir Allah va a prendere un classico rebetiko, mentre Klezmer Crew macina appunto una registrazione di klezmorim. Coco Bryce non sembra fare molto, oltre ad accelerarli un pochettino e piazzarci sotto i pattern ritmici più blandi del proprio arsenale; in entrambi i casi gli umori e la vitalità che rendono contagiosa la musica sono quasi totalmente da ascriversi agli originali, che anzi si ritrovano inariditi dalla povertà delle insistenze percussive. In una certa misura funziona comunque, se l’unico obiettivo è quello di far muovere la testa per un po’, ma anche in pezzi così brevi è difficile non percepire la stanchezza emanata da questo ordine di idee; se avete mai sentito il riff di Smells Like Teen Spirit incollato su qualche pezzo house monodimensionale, con le dovute proporzioni conoscete già l’esperienza. Va meglio quando in Labyrinth Coco Bryce si applica su dell’elettronica progressiva dai synth ottantiani, costruendo dinamiche coinvolgenti che esaltano l’atmosfera fantascientifica del brano, ma anche qui: l’ispirazione dura giusto due minuti, dopodiché la seconda metà della traccia si accontenta di riprodurre gli stessi loop già esposti con la sola aggiunta di uno scontato amen break. Se questa fosse opera di qualche adolescente alle prime armi che pastrocchia con una DAW, andrebbe pure bene; oppure, similmente a quanto detto per l’ultima impalpabile uscita di Lorenzo Senni, non sarebbe un gran problema se si trattasse di registrazioni rese disponibili con la formula name your price giusto per solleticare un po’ le orecchie delle e dei fan. Ma quando un producer esperto come Coco Bryce decide di conferire la dignità di pubblicazione a sé stante a musica così pigra e basica, mi viene voglia di fargli pagare una tassa sull’impronta di carbonio per ogni vinile stampato. Esplorate altrove nel suo catalogo, che è ampio, per cercare dischi dove il divertimento viene preso sul serio.

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Roberto Perissinotto
Roberto Perissinotto