Abbiamo chiuso l’anno precedente senza parlare di Tranquilizer, non perché fossimo sordi all’accoglienza entusiasta di critica e ascoltatori, ma piuttosto perché l’ultima fatica di Oneohtrix Point Never non ha fatto breccia nel nostro cuore, per motivi che avrei elencato volentieri nello scritto che volevo mettere in piedi a fine novembre. Come è evidente, quella recensione non è mai stata terminata. Eppure a volte la vita si muove in modi strani e contorti, e in questo caso a rendere le cose meno lineari è arrivato un film. Marty Supreme è sbucato nel mio 2026 un po’ dal nulla, l’ennesimo miracolo con sopra il marchio Chalamet, il fenomeno del momento, il film da vedere per forza, quello con la bella colonna sonora. E non so se lo avrei visto, Marty Supreme, senza la firma di Daniel Lopatin su quest’ultimo tassello.
Lopatin sembra ormai aver preso seriamente la sua missione nel mondo del cinema. Se le musiche di Good Time non facevano gridare al miracolo, la crescita mostrata con quelle per Uncut Gems non è passata inosservata: qualcosa nel sodalizio tra l’elettronica arpeggiata del musicista e il cinema tagliente dei fratelli Safdie sembra ora funzionare particolarmente bene, come se questo fortunato incontro a tre fosse in realtà destino più che casualità. La colonna sonora di Marty Supreme prosegue proprio su questo tracciato, offrendoci l’occasione di contemplare quanto un artista possa esprimersi in maniera radicalmente differente a distanza di mesi. Dal canto nostro, però, è ancora più interessante mettere a confronto questo lavoro con Tranquilizer, specialmente in virtù del breve lasso di tempo che li separa. Queste due facce di una stessa moneta articolano in due modi diversi una stessa idea di “nostalgia della nostalgia”, completandosi a vicenda.
ONEOHTRIX POINT NEVER – TRANQUILIZER
La carriera musicale di Lopatin è costellata di cambi di direzione imprevedibili, eppure un disco a firma OPN continua ad essere ancora oggi estremamente riconoscibile come tale. Lo statunitense ha dimostrato una capacità innata nell’instillare la sua personalità nella musica che produce, la qual cosa non gli ha però impedito di scivolare in buchi neri inaspettati. Il caso ha infatti voluto che a guardare Good Time sul grande schermo ci fosse anche, un giorno, quel cialtrone di The Weeknd, e che suddetto cialtrone si ritrovasse particolarmente colpito dalla musica di quel film. Il sodalizio con Lopatin nato in seguito a questo beffardo scherzo del destino è risultato in un aumento della risonanza del suo nome, accompagnato ad una infusione di inconsistenti influenze R&B in dischi come Age Of (2018) e Magic Oneohtrix Point Never (2020), nella perplessità generale degli ascoltatori fedeli al progetto. Bisogna dirlo: vedere nel giro di un decennio la progressiva ascesa di Lopatin da pioniere della vaporwave e figura di spicco del sottobosco drone di inizio anni ‘10 a produttore per FKA Twigs, Caroline Polachek, Charli XCX e, ovviamente, The Weeknd, è stato perversamente intrigante. Purtroppo però non ho potuto che assistere a questo percorso con preoccupazione crescente, solo parzialmente sedata dal buon lavoro su Uncut Gems e dalla pubblicazione di Again nel 2023. Quest’ultimo disco, che speravo potesse dissipare i miei dubbi, fu piuttosto un esercizio massimalista ricco di idee e spunti che andavano un po’ da tutte le parti, ma che quantomeno spingevano la musica del progetto Oneohtrix Point Never avanti, pur in una direzione incerta.
Due anni dopo possiamo dire che la doppietta Tranquilizer-Marty Supreme, pubblicata nel giro di un mese, abbia portato Lopatin sotto i riflettori come non accadeva da tempo. Tranquilizer è arrivato a novembre come ritorno alle origini, pescando a piene mani nei territori di Replica e R+7. Questo è ovviamente già stato detto da decine di recensioni, motivo per cui giudichiamo più interessante parlare di questo disco in un’ottica diversa, almeno prima di allargare il discorso in rapporto a ciò che lo ha succeduto. Ci sentiamo a posto con la coscienza nell’affermare che Lopatin sia una delle principali mani dietro a gran parte dell’estetica vapor che tanto ha segnato lo scorso decennio, e in effetti con Tranquilizer lo vediamo insistere proprio su questo, non nuovo, solco. Il problema di questo album giace però in una latente mancanza di ambizione, nella sfocata immagine di un OPN intento a tirare i remi in barca dopo gli altalenanti esperimenti post-Garden of Delete. Per carità, il disco è bello. Scorre, ha i suoi momenti anche molto coinvolgenti (Cherry Blue, Fear of Symmetry, Modern Lust), la palette sonora è curatissima e il sound design è eccellente, al punto che si stenta a credere che tutto il suo contenuto provenga da campionamenti pescati da un remoto punto dell’Internet Archive. E allora perché siamo stronzi? Quanto è opportuno pesare sulla bilancia del giudizio di un’opera d’arte il grado di novità che porta con sé?
Come sempre, dipende dai contesti. Daniel Lopatin è semplicemente una figura troppo ingombrante e influente, emblematica di un certo approccio al far musica, e più in generale alla concezione di un’estetica. Fino a Garden of Delete abbiamo visto OPN essere sempre mezzo passo avanti, captare qualcosa prima degli altri, ed in questo senso si può forse spiegare l’amaro trovato nell’accontentarsi di una reiterazione di pagine musicali già scritte un decennio fa. Il mio punto di vista è però quello di una persona che fa (faceva?) musica, e che trova ultimamente motivo di angoscia nel contemplare che, col passare del tempo, sia dannatamente raro per un essere umano produrre arte costantemente su uno standard elevato, al di là di tutte le possibili considerazioni sulle influenze nefaste dell’industria e del capitale.
DANIEL LOPATIN – MARTY SUPREME
Sono questi i ragionamenti che mi hanno affollato la testa durante i ripetuti ascolti di Tranquilizer, e capisco ora che sia stato un bene aver aspettato per fissarli più nettamente con la scrittura. L’ascolto della colonna sonora di Marty Supreme ha gettato una luce nuova sulla mia considerazione artistica di Lopatin, in una direzione inaspettatamente opposta a quella tracciata da Tranquilizer. Piuttosto che riportare le coordinate musicali di OPN in territori già battuti, Marty Supreme ne ha espanso le combinazioni e le possibilità sonore, lasciando interagire le timbriche più sintetiche e artificiali del progetto con archi, fiati, percussioni incalzanti e voci corali. Questa barocca collisione tra elettronica ed elementi orchestrali è stata sapientemente levigata fino ad ottenere un risultato estremamente pulito, quasi intonso, passando da un semplice revivalismo della kosmische tedesca a un diretto richiamo alla utopian virtual concepita nelle grotte digitali di James Ferraro, nonché alle derive progressive electronic più stranianti di casa Orange Milk.
Il tutto viene però articolato in modo organico, senza quella collisione stridente che aveva caratterizzato certe derive ibride di R+7. Due esempi semplici: ascoltando questa colonna sonora risulta difficile capire dove inizia un MIDI e dove finisce il contributo di Laraaji, come anche distinguere la voce di Weyes Blood dal preset di un vecchio sintetizzatore (meno male). La “nostalgia della nostalgia” espressa in Tranquilizer si intravede quindi da un’angolazione diversa, illuminando un territorio dove revivalismo e novità sono integrati con una certa maestria d’esecuzione.
La concreta spinta in avanti della visione musicale di Lopatin è ciò che maggiormente separa Tranquilizer da Marty Supreme, ma ancora più interessante è considerare quest’ultimo lavoro all’interno del film di riferimento. I brani della colonna sonora si rivelano un supporto indispensabile per esaltare i momenti più intensi di un’opera cinematografica dal ritmo incalzante e senza tregua. Lungi dall’essere onnipresente, Lopatin sbuca laddove l’azione che vediamo su schermo porta con sé significato, confinandola e definendone la memorabilità: la tensione del British Open infiocchettata dall’arpeggiatore sospeso di Endo’s Game, la raccapricciante immagine di fame e miseria umana appiccicata al tragico valzer di Holocaust Honey, le campane distorte di Back to Hoffs a presagire l’inizio di una spietata sparatoria, scandita poi dalla forza impulsiva di The Scape. E in quei momenti dove nel film accade di tutto nel giro di due minuti, la musica risponde: è il caso di The Necklace, che nel suo caotico avvicendarsi di arpeggi e droni dilatati accompagna la visione effimera del successo appena prima dell’abisso, o di The Real Game e del suo ritmo frenetico, una propulsione nata dalla consapevolezza di non aver più niente da perdere.
È difficile descrivere quanto queste tracce si leghino al film senza inavvertitamente anticiparne la trama, ma vi preghiamo di crederci se vi assicuriamo che ognuno dei momenti salienti di Marty Supreme risulta particolarmente memorabile proprio grazie alla sua colonna sonora. E se ancora non vi fidate, andate pure a vedere il film (è bello, chi l’avrebbe mai detto).Il 2025 di OPN è un esempio calzante di come basti anche poco tempo per ricontestualizzare un giudizio di valore. Tranquilizer ci aveva lasciati amaramente sereni e pronti a tirar fuori dall’arsenale del coping la gratitudine, un plauso per la tanta bella musica che OPN ci aveva offerto in passato. Eravamo pronti, insomma, a dire che in fondo andava bene così. Per questo non possiamo che essere felicissimi del fatto che Marty Supreme abbia rovesciato le nostre aspettative, e ovviamente aspetteremo ora al varco le prossime fatiche di Daniel Lopatin, stavolta con una rinnovata e viva curiosità.


