CYRUS PIREH – THANK YOU, GUITAR
Scomodare John Fahey per parlare di un album per chitarra solista è un gesto che da qui a una decina di anni sembra aver perso la gravitas che una citazione così importante pareva posare sulle sorti del disco. La declinazione del funambolismo a sei corde portata da artisti dal pedigree affermato come William Tyler o Glenn Jones, però, poco aggiungeva alla strepitosa grammatica che Fahey ha declinato nel corso della propria carriera; e dove la sua influenza si faceva più laterale, il rischio di perdere di vista il quid che rende la sua musica così unica era altissimo.
Bill Orcutt, che appartiene decisamente a questa seconda categoria di chitarristi, ha però recentemente espresso la propria ammirazione per l’operato di Cyrus Pireh, pubblicando per la sua Palilalia Records questo nuovo Thank You, Guitar (nome poco ispirato, lo so).
Ecco, per Pireh sento di poter scomodare il nome di Fahey: e non perché il primo si muova pedissequamente nel solco del vecchio, macinando giri di blues in fingerpicking per quaranta minuti. L’intuizione di Pireh è nella componente ipnotica che quello stesso serafico arpeggiare crea nel contesto della ripetizione ossessiva: prendete We Can’t All Be Alive at the Same Time e vi renderete conto di come la struttura del pezzo si accentri all’interno di un’unica figura di chitarra che viene esplorata, sporcata, esplosa per tutta la durata del brano senza mai imporsi un’effettiva variazione.
Allo stesso modo, il motivo per cui Thank You, Guitar è così interessante è dovuto alla scelta di Pireh di affidarsi a una chitarra elettrica a nove corde, invece che a un’acustica. È il motivo per cui mentre riascoltavo il disco mi è balzato alla mente il nome di un altro gigante dello strumento, ovvero Roy Montgomery: i brani di Thank You, Guitar non si fanno problemi a manipolare il fraseggio con delay esagerati (come su Free Palestine) o distruggere, per un paio di minuti, l’idea centrale alla base del disco con il plettro in mano e l’overdrive tirato a mille (Infinite Shred). Pireh, poi, non nasconde le proprie manie e le piccole fisse idiosincratiche nel disco: Amen Family ripensa il celeberrimo amen break in una tortuosa linea di tapping e sfregamenti di dita sulle corde, un clangore metallico che si rivela lentamente nella propria forma originale; nella piccola esplosione di A Quick One for Watt si tradisce l’amore per i Minutemen e la loro impareggiabile coerenza, musicale e non.
Thank You, Guitar è un album che però, al di là delle discussioni che possono essere fatte sulla sua bellezza, appare strepitosamente attuale perché ci spinge a chiederci quale sia il suo posto nel panorama musicale odierno: nel 2018 eravamo rimasti fulminati da Verdancy di David Garland perché il suo compositore aveva avuto a disposizione quattro ore per sviscerare fino in fondo la propria geniale, minuscola modifica nella storia dello strumento. Forse Pireh non ha ancora maturato quell’ambizione, e forse non lo farà mai: in un ecosistema che richiede continuamente velocità ed evoluzione, la possibilità di fermarsi per la durata di un disco a ruminare su un singolo strumento e qualche effetto appare quantomai anacronistica. Forse è proprio per questo che Thank You, Guitar suona come uno dei dischi più interessanti, divertenti e profondi che sono riuscito ad ascoltare quest’anno.
