STEREOLAB – INSTANT HOLOGRAMS ON METAL FILM
Lungi da me bollare gli Stereolab come dei cialtroni; sono anzi uno dei miei gruppi preferiti degli anni Novanta, e il loro mix di krautrock, musica lounge, minimalismo e library music mi è sempre sembrato uno dei più geniali modi di intendere il pop rock alternativo di quel decennio. Eppure, ascoltando Instant Holograms on Metal Film, l’ultimo album del gruppo dopo quindici anni di silenzio e avventure soliste sparse più o meno convincenti, non posso fare a meno di pensare alla diluizione – nel senso omeopatico del termine, cioè dove la percentuale di principio attivo nell’acqua è presente in percentuali così infinitesimali da non poter essere considerato presente. Questo perché, attraverso le tredici tracce dell’album in cui gli Stereolab declinano ogni prospettiva del proprio sound, mi sembra di intravedere solamente dei minuscoli sprazzi della potenza compositiva del gruppo di Tim Gane e Laetitia Sadier, intervallata a cadenze regolari da quella che suona come una band che si muove col pilota automatico.
È un gran bel pilota automatico, sia chiaro. Le canzoni di Instant Holograms… spuntano tutte le caselle di quello che vi aspettereste da un disco qualunque degli Stereolab: ci sono i motorik, gli svolazzi di sintetizzatori, gli ottoni presi in prestito dalla bossa nova, gli intrecci delle linee vocali… Ma tutte queste caratteristiche sono cose che so già di aspettarmi da un disco della band, la base sulla quale poi si può andare a costruire una declinazione diversa della loro formula, come lo erano la drum and bass in Dots and Loops o il noise à la Velvet Underground in Transient Random Noise-Bursts With Announcements. Rimanendo colpito da questa prima impressione nell’ascolto, ero convinto di essere arrivato a una conclusione: gli Stereolab hanno un modo veramente unico di suonare. Possono assomigliare solo a se stessi nella maniera in cui riescono a ondeggiare serenamente in una psichedelia a tinte yé-yé; ed è impossibile per loro reinventare la ruota, stravolgere l’arsenale di soluzioni compositive nel loro repertorio dopo trent’anni di carriera, semplicemente perché non avrebbe senso.
Successivi riascolti, però, mi hanno fatto notare che anche in Instant Holograms… un minimo di cambiamento c’è: le batterie sembrano più ispirate, nel loro suono più saturo, a una certa new wave ottantiana, che non mi sembra di ricordare nei loro dischi precedenti; qualche sintetizzatore sembra leggermente più invaghito della chiptune, invece che dei Silver Apples. Qualche fugace momento nel disco sembra persino spingere le coordinate sonore del sound Stereolab verso un nuovo stadio di evoluzione: la cornetta di Ben Lamar Gay su Immortal Hands, lo schiantato battito Neu! su Electrified Teenybop!… Ma può essere solo questo impalpabile spippolare su due manopole o quel variare minimamente una figura ritmica a determinare e definire una differenza sostanziale e significativa nel ritorno sulle scene di una band che avrebbe tranquillamente potuto continuare a suonare i grandi classici? Più passa il tempo (il disco è uscito da mesi, ormai), più mi rendo conto che è proprio in questo spasmodico cercare il quid che giustifichi la necessità di questo disco che continuo ad avere grandissimi dubbi sul suo successo, anche dopo che l’ho riascoltato più e più volte per capire cosa ci fosse che non andava, in questa ora di musica di una delle mie band preferite.
I dubbi arrivano soprattutto perché anche le piccole variazioni descritte sopra, l’abbellimento e la rifinitura piazzati qua e là, non vanno a intaccare mai la consolidata cifra stilistica del gruppo: ognuno dei tredici brani utilizza brevemente l’idea in questione e poi si adagia placidamente su dei binari già seguiti per trent’anni e da cui è difficile aspettarsi qualcosa di effettivamente diverso.
Perché non osare di più, quindi? Gli Stereolab di certo non hanno avuto, in passato, la paura di uscire dalla strada battuta, come ho già detto. Forse, in quest’epoca di retromania, di famelica voglia di ripescare ciò che suona come lontano nel tempo pur essendo contemporaneo, Gane e Sadier hanno snasato la possibilità di fare qualche quattrino in più senza sforzo alcuno e hanno colto al volo l’occasione. Ma anche questa mi sembra una conclusione errata: alla fine, la cifra stilistica del gruppo è da sempre quella che tutti i suoi membri hanno sempre seguito, anche quando non hanno adottato il moniker Stereolab. Forse, molto più semplicemente, il genio degli Stereolab si è omeopaticamente dissipato così tanto da mostrarsi ora in molecole così piccole che, quando si allarga lo sguardo sull’insieme, è impossibile distinguerle dalla massa di mestiere circostante: proprio come un semplice, cristallino, incolore bicchiere di acqua naturale.
