DEALERS OF GOD – BUSHRANGER (ACT 1)
Se avete seguito i Dealers of God fino a poco tempo fa, avete ricevuto al massimo grado ciò che vi potete aspettare da un gruppo hip hop di australiani scoppiati: raccolte monstre di pezzi, collaboratori che vanno e vengono, frullato lisergico di generi musicali e campionamenti assortiti, freestyle storti, fissa con droghe e stati alterati di coscienza, immaginario costellato di riferimenti ironici a teorie del complotto con sottotesto politico. [respiro profondo] Lo scorso anno però ci ha regalato una sorprendente collaborazione con Celestaphone, che è un vulcano di idee ma rigoroso nell’editing; e in questa forma più focalizzata e dritta al punto i Dealers of God sembravano starci bene. Devono averlo pensato anche loro, tanto è vero che questo Bushranger (Act 1) ce li mostra nella veste più coesa tra quelle indossate finora. Ed è un bel sentire.
Non che il gruppo abbia rinunciato alla propria bizzarria, assolutamente. Primariamente di concetto, visto che l’album è ispirato all’oscurissima opera di un altrettanto oscuro drammaturgo australiano (auguri se volete approfondire), da cui dovrebbe discendere la narrazione di un viaggio spiritual-militante orientato verso la base militare di Pine Gap. Cosa più importante, la loro musica continua a essere un’esperienza caleidoscopica. La componente hip hop non è l’unico fulcro di Bushranger (Act 1), bensì uno dei principali ingredienti che vengono rimestati in un enorme calderone dove si squagliano e si fondono diversi blocchi stilistici. Stavolta il gruppo decide di esporre maggiormente il filone legato al vocabolario della psichedelia nelle sue declinazioni (post-)rock e ambient, e lo fa designando come humus elettivo dell’album un connubio tra serpentine di sintetizzatori fluttuanti e apparizioni di chitarre effettate. Del resto, loro stessi citano come influenze The Orb e Bark Psychosis (in questa bella intervista). Su questo sostrato vengono poi piantate diverse varietà di semi sonori che sbocciano secondo il proprio codice genetico: quando omaggiano la scena chopped and screwed del sud degli USA con un soul funk tanto potente quanto rallentato esce fuori un gioiello oppiaceo come It’s Too Easy, mentre se si intensifica la filigrana melodica e il beat abbraccia il trip-hop i frutti saranno quelli di Farua ed End of a Season. Questi ultimi due pezzi vedono il gruppo ricercare l’orecchiabilità con una convinzione inedita, utilizzando anche da parti vocali che richiamano produzioni emo/cloud rap; il motivo per cui riescono a non raggiungere i livelli di guardia della piacioneria è che questa immediata dimensione dopaminica viene calata in una produzione dettagliata e attenta, che impasta con le giuste proporzioni parti atmosferiche e ritmiche, voci e campionamenti in un insieme vibrante.
Farua ed End of a Season si trovano rispettivamente agli inizi e alla fine dell’album, come a segnare dei punti di riferimento, perché tra loro si apre un valico di tracce dove i Dealers of God sperimentano più a briglie sciolte con la componente elettronica del proprio suono e il flusso di stimoli sopravanza le singole unità. Il fuoco sotto il calderone si alza e il nucleo di Bushranger (Act 1) diventa un collage di fonti audio con poche soluzioni di continuità. In ordine sparso, ci investono: beat che vanno da lente percussioni risonanti a poliritmi di tamburi a sibilanti pattern simil-trap; squarci di ambient americana contornati da interferenze alla Phil Geraldi; nubi di chitarre dronanti; richiami a Robert Rich che scivolano su bassi fangosi; voci e suoni dai sample più disparati. In questo contesto la componente hip hop ritorna come collante fondamentale, agganciando con i versi la fiumana di elementi e organizzandola intorno a sé in una struttura compiuta che ne valorizza la ricchezza, prima di lasciare che la corrente riparta di nuovo. Lo stile del rapping sembra mutare a seconda dell’ambiente con cui viene a contatto, spingendosi ad esempio nei dintorni di Memphis quando trova una base paranoica in bassa definizione (Normal Australians) e facendosi invece diretto e arioso negli acquerelli elettronici più sereni (Much 2 Think About), costruendo nel complesso un’anima da mixtape ispirato, multiforme ma forte di una propria coerenza interna.
Vero è che né il flow né i contenuti che portano i Dealers of God come rapper puri sono ad ora sufficientemente originali o coinvolgenti per costituire da soli delle fondamenta credibili, e forse la grande varietà di combinazioni musicali portate in tavola serve anche per mascherare un po’ questo aspetto. Va però riconosciuta loro una volontà di non prendere la strada più facile, cosa non scontata in tempi in cui ogni artista con una discreta sensibilità rischia di prediligere la comunicazione più diretta e preachy possibile per infilarsi nella ridotta soglia di attenzione. Per lanciare veleno su polizia e militari, ad esempio, i Dealers of God non urlano semplicemente “ACAB!” ma disseminano il disco con stralci di trasmissioni televisive e radiofoniche relative a episodi negativi o ambigui riguardanti le forze dell’ordine, e poi solo nella penultima traccia si esprimono con:
“Before me is a wall of cops
It never seems to stop
Chronically surrounded by cops
[…]
I see through the cop I see rotting flesh
Army men torturing the innocent
Humanoid skeleton
Wax terminators made of skin
Oppressive shields for the nephilim
Beating their own kind”
Insomma, anche come parolieri hanno le loro potenzialità.
Ora, non pensiamo che maturare artisticamente si riduca a un lavoro di limatura e di sintesi, e non vogliamo spingere il percorso dei Dealers of God come esempio di questo. Ci sono dei pregi anche nelle loro uscite più caotiche e avrebbero potuto benissimo trovare nuove forze accentuando l’entropia nella propria creatività. Spesso ci troviamo però a parlare della linea sottile che unǝ artistǝ segue nel proprio percorso, da una parte cercando di mantenere la propria identità e dall’altra non fossilizzandosi su possibilità già esplorate; in questo equilibrio difficile Bushranger (Act 1) mantiene la rotta ed espande le qualità del gruppo, senza sacrificarne la personalità. Godiamocelo a pieno, in attesa di sapere cosa ci riserverà la seconda parte.
