BOOKER STARDRUM – CLOSE-UP ON THE OUTSIDE

We jazz

2026

Avant-Jazz, Tribal Ambient

7.5

Quest’anno sto faticando nel trovare dischi veramente coinvolgenti, complice anche un nuovo ciclo di vita aperto da circa un mesetto. Nei momenti di quiete cerco di mettermi al passo con le tante nuove uscite, richiedenti un certosino lavoro di selezione. Fino a una settimana fa Booker Stardrum non lo conoscevo neanche, ma sono bastati pochi secondi sul suo Bandcamp per generare buone sensazioni. Close-up on the Outside ha infatti passato il test dell’ascolto completo, spingendomi a immergermi più volte nei suoi paesaggi sonori per meglio definire le mie opinioni. 

Partiamo dal fatto che Stardrum è un percussionista, nello specifico il percussionista degli SML. Non li abbiamo mai coperti su Livore, probabilmente perché passati in sordina nel mare di pubblicazioni che ogni giorno ci troviamo ad ascoltare. Il loro è un nu jazz fantasioso, energico quanto basta e perso in mille divagazioni caleidoscopiche a toccare qui e là minimalismo, intarsi elettronici e collage di improvvisazioni à la Teo Macero (che ci tengono a citare); musicalmente sono simpatici, e vi consigliamo di recuperarvi i loro due dischi. Parliamo comunque di gente che ci sa fare e che non sta mai ferma, ognuno con il suo progetto solista tuttora all’attivo e tutti con le mani in pasta anche altrove: Gregory Uhlmann ha prestato le sue chitarre a Perfume Genius, Anna Butterss il suo basso a Phoebe Bridgers e a Makaya McCraven, il quale ha accolto anche i synth di Jeremiah Chiu e il sax senza scrupoli di Josh Johnson (tale devi essere per affiancarti a Red Hot Chili Peppers, Harry Styles e Miley Cyrus, cazzo).

Stardrum invece, pur comparendo in Do You Need My Love di Weyes Blood, sembra quello strambo della cricca: nei suoi lavori in solitaria si è fino ad ora mosso lungo una ricerca piuttosto personale, a volte mettendo da parte anche le sue specialità percussive preferendo una rivisitazione ulteriormente astratta del quarto mondo di Jon Hassell, infiocchettata con elettroacustica assortita. Il risultato, ancora acerbo in dischi come Temporary etc. (2018) e Crater (2021), ha trovato in Close-up on the Outside un primo, vero stadio di realizzazione.

Butterss e Chiu compaiono qua dentro a supporto assieme ad altri strumentisti, dando a Stardrum l’opportunità di organizzarne il contributo a mo’ di band leader; il risultato è una cifra stilistica non immediatamente definibile, che innesta il jazz minimalista dei Necks tra le fronde dei tribalismi Hassell-iani, con field recording e manipolazioni in post di ogni genere a fare da contorno — una generale “umidità” che ricorda all’occasione una Laura Agnusdei meno giocosa. La cura dedicata alla timbrica e alla struttura dei pezzi più lunghi è evidente, e fa saltare all’orecchio come il percussionista abbia progressivamente rifinito le sue composizioni negli anni. Esemplificativa in questo senso è la fusion di Telluric, che vede i musicisti coinvolti attraversare una giungla di arrangiamenti stralunati, prima facendosi strada tra un groove di tamburi, poi lasciando fiorire sax e sintetizzatori in un frattale coloratissimo, ancorato a terra dall’ostinato frenetico del basso. Un ottimo esempio lo ritroviamo anche nello stato di trance indotto da Third Nature, dove la batteria è l’unico appiglio a cui aggrapparsi mentre piano, sax e violoncello stridono e strisciano, agitandosi inquietamente. Nel mezzo, cinquantasei secondi di inquietudine ancestrale offerti da Reset e dai suoi giochi tra smagliature elettroniche, che portano alla mente strumenti a fiato non meglio identificati. Fin qui l’insieme entusiasma e coinvolge non poco, ma purtroppo stiamo per arrivare alle criticità.

Il mandala del disco viene tirato su, per l’appunto, nell’alternanza tra tracce dal minutaggio consistente ed intermezzi più corti a spezzare. È un espediente che può funzionare, ma in questo caso tende ad isolare troppo alcuni episodi, impattando il flusso del lavoro. In più, andando avanti nell’ascolto si avverte la mancanza di una “spinta”, un’energia che possa aumentare la coesione tra tutti i promettenti elementi in gioco. Da Third Nature in poi, l’album vira maggiormente su coordinate ambient, e la presa sull’ascoltatore tende a scendere. Prendiamo ad esempio Hover, la traccia più lunga qui dentro: un bordone dalla superficie increspata, sempre agitata da percussioni sparse e fuori controllo. Nonostante l’apparente caos, questo brano offre un chiaro invito a respirare e a godere dei suoi suoni in contemplazione, ma l’infelice posizionamento tra due intermezzi ben poco vivaci non gli permette di assolvere pienamente il suo compito. Perdipiù, il secondo di questi (Minturn) consiste in giusto trenta secondi di field recording e legni percossi, che ci lasciano troppo presto e senza colpo ferire. A poco rimedia la bella conclusione di Inside Sounds e la sua palette timbrica dal sentore MIDI/vapor, felice scelta stilistica per chiudere il sipario, ma che arriva forse un po’ tardi e a fari spenti.

Ciò non toglie che Close-up on the Outside porti con sé una commistione molto riuscita tra molteplici elementi che ci piacciono, e non poco. Nonostante qualche passo falso, Booker Stardrum riesce ad assemblare un sound personale e con chiari margini di miglioramento, lasciandoci quindi curiosissimi di quanto potrà avvenire nei prossimi anni. Un ascolto, senza dubbio, se lo merita.

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Lorenzo Dell'Anna
Lorenzo Dell'Anna