2026 – RECAP #3
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Nell’epoca d’oro del coin-op le sale giochi erano ovunque e potevi trovarne di tutti i tipi. C’erano quelle modernissime, pulite e ricche di novità, con cassieri sorridenti e musica assordante che potevi trovare nei parchi giochi o nelle zone di villeggiatura, altre erano stanze male illuminate piene di facce losche, coi giochi vecchi e le mura ingiallite dalla nicotina, oppure uno stanzone bianco sul lungomare in cui si andava a giocare con la sabbia ancora sotto le unghie e i piedi scalzi, cercando di evitare il momento in cui il sole batteva preciso sullo schermo.
[…]
Coloro che negli anni hanno polemizzato sul fatto che “i videogiochi ti isolano” evidentemente non sono mai entrati dentro una sala giochi, ambienti che potevano essere bellissimi o crudeli, spensierati o cupi. Non puoi replicare la puzza di fumo, gli sguardi di chi aspetta il suo turno e spera che tu faccia presto, le risate come coltelli se sbagli qualcosa, i bambini che hanno finito i soldi e ti assillano di consigli, perché se parlano ai genitori di quale sia il miglior personaggio di Golden Axe quelli non capiscono ma tu sì, i bambini ancora peggiori che si offrono di giocare al posto tuo in un pezzo difficile, di mostrarti come si fa una supermossa, qualunque cosa pur di scroccarti una partita e ovviamente quelli che arrivano, ti si mettono accanto a Street Fighter II, ti fanno un mazzo così e ti mandano a casa.
Perché mica potevi rifiutare, no? Altro che isolarti, i videogiochi erano un tripudio di socialità in cui iniziavi per la prima volta a orientarti senza la rete di sicurezza della scuola in un ambiente dove c’era da capire il tuo posto e chi avevi di fronte.
[fonte]
Extra:
No Icons – Nothing But Fixes